Paolo Lugli |
» Economia:
Venti imprese con Lugli per pungolare i politici - Chiedono misure contro l'import illegale
CARPI - «Vede questa maglia? Se la produco delocalizzando, il suo costo arriva come minimo a nove o dieci euro, con assicurazioni, trasporti, Iva e dogana. La stessa maglia gli importatori cinesi la vendono da noi a quattro euro. Il problema sta tutto qui: i circa 200 milioni di capi che arrivano ogni anno dalla Cina in Italia completamente in nero. E senza considerare quelli inseriti nelle regolari quote. Il fatto è che il governo cinese ha pianificato da tempo che la Cina diventi leader mondiale dell'abbigliamento, anche con strumenti discutibili. La conseguenza? La destabilizzazione del mercato. Il nostro cliente, grossista o catena commerciale, si confronta con prezzi mai esistiti prima d'ora. E teme di acquistare da noi, perché il giorno dopo può scoprire che il concorrente ha comprato alla metà».
Paolo Lugli, ha quarant'anni, quasi venti dei quali spesi nella commercializzazione dell'abbigliamento, prima in Estremo Oriente e ora prevalentemente in Italia («Alla fine degli anni Novanta, a Carpi con tre agenzie esportavamo in Giappone per 50 miliardi di lire l'anno. Ora una ha chiuso, io ho un movimento irrisorio e la terza fatica ad arrivare a un miliardo»). Non ha dubbi sulla diagnosi del settore. E non ne ha neppure circa i possibili rimedi, per la cui discussione ha riunito al Citer, il 20 ottobre scorso, una ventina di maglifici di Carpi. L'obiettivo è la presentazione di una serie di proposte e un'eventuale azione di protesta da condurre in parallelo con gli stabilimenti di Barletta, dove la mobilitazione è totale fino alla serrata e ai cortei guidati dagli amministratori locali: «Le nostre proposte - dice -? Che intervengano le autorità competenti, perché qui si tratta di capi fuorilegge, non di concorrenti. Perché si colpiscano non tanto i gestori cinesi di banchi o di piccoli negozi, ma l'organizzazione che li ha acquistati e che opera attraverso magazzini all'ingrosso come quelli che esistono anche a Carpi. E ci metta pure anche qualche idea provocatoria»
Sentiamo.
«Se la Cina è entrata nel Wto, rispetti almeno il principio della reciprocità. Perché loro possono aprire qui ogni tipo di attività, mentre una nostra impresa che voglia farlo da loro deve presentare una pila di documenti alta così? E non sarebbe giusto che anche noi, come hanno sempre fatto i paesi asiatici, imponessimo alle loro società di avere un socio maggioritario italiano? C'è poi una questione di etica»
Vuol dire un problema morale?
«La grande distribuzione (da Combipel a Coin, dalla Rinascente a Melablu) gli acquisti li fa nei paesi del terzo mondo. E in una logica commerciale non si può certo rimproverare loro di comprare dove costa meno. Ma occorre anche pensare al sistema paese: se tutti acquistano all'estero, la produzione se ne va via»
Pensa a barriere doganali?
«Non lo so: di sicuro in questo modo la produzione italiana smetterà del tutto»
Le misure di tipo politico non hanno mai fermato i grandi cicli dell'economia mondiale. Non è che buona parte di Carpi si sta attardando ancora sulle fasce medio basse di prodotto, le più soggette alla concorrenza cinese?
«A produrre in Cina ci va anche Max Mara: i problemi sono gli stessi. La fascia alta in realtà non esiste o è ristrettissima. Diciamo la verità: il consumatore medio può arrivare a pagare una maglia 50 o 60 euro, non di più. Non possiamo illuderci di essere noi a vestire i ricchi del mondo. Carpi è diventata importante, perché ha sempre sfruttato al meglio le opportunità di business. Se non esistono qui cento aziende di fascia alta è per ragioni di mercato, sennò i carpigiani le avrebbero create. E' bene ribadirlo: i discorsi sulla tracciabilità e la qualità sono illusori»
Eppure ci hanno considerato a lungo come i Cinesi d'Italia...
«Guardi che di aziende che producono robaccia a Carpi ce ne sono ben poche. In compenso, per la fascia alta spazio non ce n'è: le dice niente il fatto che Belmondi, che fa l'uomo di fascia alta, stia chiudendo? E quante sono le altre? Tre? Forse quattro: e non mettono insieme nemmeno i 5 milioni di capi che faceva il solo Prestige. Calcoli che un maglificio con appena otto dipendenti per stare a galla deve vendere almeno 180 mila capi l'anno: si fa fatica, con la sola fascia alta...»
Figurarsi i discorsi sull'innovazione...
«Già: quante donne sarebbero disposte a indossare una maglia che costa di più, per evitare le radiazioni? Dovrebbero cominciare smettendo i telefonini...Sono nicchie trascurabili. Anni fa provammo a produrre una linea di prodotti ecologici a base di lino e canapa con il marchio Greenpeace: costavano il doppio. Mi risulta, fra l'altro, che la produzione di queste fibre naturali abbia subito una flessione del 18 per cento nel 2003: la prima da quattro anni»
Insomma, il modo per rialzarsi per vie imprenditoriali non c'è: lei crede solo nelle misure di tipo politico.
«Guardi che di errori sostanziali a Carpi non ne sono stati fatti. Anzi: la città ha saputo ricavare il massimo dal sistema produttivo e distributivo del tessile abbigliamento. Nessun imprenditore ha perduto occasioni e, semmai accadeva, ce n'era sempre un altro pronto a coglierle. Lo stereotipo del titolare d'azienda carpigiano preoccupato solo di acquistarsi la Mercedes è superato: qui c'è gente preparata, di grande professionalità e che non ha bisogno di suggeritori. Il vero problema è che fra pochi anni il 90 per cento del mercato tessile sarà in mano ai Cinesi, mentre ne passeranno molti di più prima che la loro manodopera pretenda salari come i nostri. Dunque, occorre che le autorità affrontino un assedio irregolare e che non rispetta le leggi. E alzino il ponte levatoio. Almeno per vedere come andranno le cose. Se poi fra un paio d'anni dovessimo scoprire che non c'è nulla da fare, beh allora ci rassegneremo alle leggi dell'evoluzione della specie e all'estinzione».
Florio Magnanini
|