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VOCE del 28 febbraio 2008 » Lista articoli » Scheda articolo

» Cultura/Spettacolo:

MUSICA - Schubert con l'happening
di Antonio Martinelli

L'occasione di ascoltare, forse per la prima volta, la Sinfonia n.4 in do min. D 417 di Franz Schubert, la cosiddetta Tragica ­- ma di schietta vena elegiaca, anche laddove il compositore tenta, gonfiando i muscoli, una irrisolta imitazione del modello beethoveniano - era, come usa dire degli eventi non solo di spicco, imperdibile.
Di questo avviso sono stati evidentemente i musicofili che giovedì sono accorsi in buon numero all'Auditorium San Rocco su invito del Teatro di Corte, garante dell'iniziativa che, almeno sulla carta, presentava più di una incognita. Ad eseguirla era stato infatti chiamato un complesso di cui ben poco si sapeva, con le sole credenziali di essere composto da giovani musicisti di varie nazionalità con esperienze maturate in orchestre e accademie di rango. Dal motto del quale si fregiano - "Spira mirabilis" - era possibile arguire l'idea di un ambizioso progetto che, ripudiando la routine, si prefigge la ricerca, in divenire infinito, di una irrinunciabile perfezione. Da quanto si è potuto ascoltare, per il momento sembrano prevalere un fiero spirito di corpo e il piacere di far musica per sé ancora prima che per il pubblico.
Entusiasmo e determinazione, dunque, ma anche una buona dose di snobismo, tra ingenuo e pretenzioso, culminante nella deliberata rinuncia alla figura di un direttore, surrogato da una concertazione di gruppo probabilmente ritenuta più che bastevole ad assicurare una lettura interpretativa niente affatto accademica né impositiva, in una parola, più libera. Certo che alla prova non tutto è risuonato mirabile, e sicuramente non per demerito della compagine schierata sul fondo dell'Auditorium, la cui acustica è ogni volta imprevedibile, quindi inaffidabile e avventurosa per gli esecutori come per il pubblico: buona o comunque accettabile per le voci e per la cameristica a ranghi ridotti, l'altra sera si è rivelata pregiudizievole per un complesso strumentale di spessore piuttosto consistente come "Spira mirabilis". Così, nessun accorgimento messo in opera per trovare la posizione che meno la penalizzasse (sul davanti, a metà del presbiterio o verso il fondo?) ha sortito l'effetto auspicato. Come dire che l'acustica di San Rocco è ormai tutta da ripensare, perché alla bellezza del luogo non si accompagna necessariamente, e senza interventi mirati, l'eccellenza del risultato.
Nel valutare l'esibizione di "Spira mirabilis" non si può quindi non tener conto del disagio ambientale: suoni impastati o distorti, prevalenza talora eccessiva di fiati e ottoni sugli archi, fragorosa invadenza del timpano.
Ma, concesse le dovute attenuanti all'orchestra, non ci si può esimere da rilievi di fondo, che riguardano in sostanza la linea esecutiva adottata: tempi ora dilatati, ora troppo stretti (quel "Minuetto" a rompicollo!), rapporti non sempre equilibrati tra le varie sezioni, come se la lettera del testo fosse a tratti opzionale. Con tutto questo i presenti che in maggioranza nulla sapevano della Tragica hanno accolto l'esecuzione con applausi generosi, cui la "Spira mirabilis", scesa in ordine sparso tra il pubblico, ha risposto bissando il movimento finale della Sinfonia in versione happening : slombata e informe, essa ha impietosamente banalizzato le "divine lunghezze" (Schumann) del giovanile capolavoro schubertiano.
Se i musicisti e una parte degli ascoltatori si sono divertiti alla performance in perfetto stile goliardico, non sono tuttavia mancati i perplessi che non hanno capito il senso di questa, almeno così è parsa, deliberata dissacrazione del rituale del concerto: un modo per avvicinare sempre più la musica al pubblico?
O soltanto uno scherzo estemporaneo di studenti in disinibita ricreazione? Però, a falangi ricomposte e riposizionata con vantaggio al limite del presbiterio, "Spira Mirabilis" ha offerto una prova di sé ben altrimenti convincente cimentandosi ancora in una pagina di Schubert: il prezioso "Intermezzo n.3" delle musiche di scena per Rosamunda.
Chi avesse avuto dubbi sulla qualità dell'orchestra ha potuto (e dovuto) ricredersi, per di più scoprendo nella sezione degli archi, tutta abbandoni e morbidezze, il suo cuore pulsante e connotativo.




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