Simona Pedrazzi |
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"Un artista geniale e innamorato di Carpi" - Carlo Rustichelli nel ricordo della nipote
Carpi - «Zio Carlo, l'ho sempre chiamato così anche se in realtà ero la sua pronipote». E' un ritratto inedito di Carlo Rustichelli, il grande musicista recentemente scomparso, quello che emerge dall'album dei ricordi di Simona Pedrazzi, figlia di Odette (a sua volta figlia di Ester, sorella del maestro insieme a Jolanda e Milena e al fratello Umberto) e unica esponente del ramo carpigiano della famiglia. Un ritratto domestico e intimo, capace di svelare aspetti inediti della personalità dell'artista che con le sue musiche ha accompagnato alcune tra le più celebri pellicole del Novecento italiano. "Quando sono nata, nel '48 - continua -, zio Carlo viveva a Roma ed era già un personaggio importante. Io andavo spesso a trovarlo per passare un po' di tempo con Alida (l'attrice Alida Chelli, figlia del compositore, ndr) di cui sono quasi coetanea, e con zia Jolanda che cantava al Teatro dell'Opera. Altrettanto spesso era lui a venire da noi a Carpi. Metteva il naso dentro la porta e annunciava: "Ester, incô a vegn a disnèr cun Bolognini", o con Germi, o con un altro qualsiasi dei grandi registi e degli attori con cui lavorava. A casa nostra, di conseguenza, era sempre tutto un via vai di personaggi famosi a cui mia nonna preparava i cappelletti, le lasagne e la zuppa inglese, che era in assoluto il dolce preferito dallo zio».
Una grande famiglia, quella dei Rustichelli, che sopperiva al fatto di abitare in città diverse con visite frequenti da ambo le parti e con contatti telefonici pressoché quotidiani. «Era legatissimo a tutti noi - prosegue Simona -, si ricordava di ogni anniversario e di ogni compleanno e ci riempiva di regali. La generosità era un aspetto importante del suo carattere. Ha sempre fatto del bene senza dire niente a nessuno e senza vantarsi. Quando Walter (Chiari, marito di Alida, ndr) finì in carcere, lui inviava delle ceste piene di doni sia per il genero che per tutti gli altri detenuti».
A dispetto della notorietà e del benessere conquistati nel mondo del cinema insomma, Carlo Rustichelli era rimasto se stesso: un uomo genuino, un emiliano dal carattere aperto e dalla battuta sempre pronta. In più adorava la sua città che amava riscoprire nelle piccole cose, negli aspetti quotidiani del vivere: «La prima cosa che faceva quando passava da Carpi - riprende -, era quella di andare a prendere il pane al forno. Ne acquistava tantissimo perché lo voleva portare a Roma dove, a suo dire, non era altrettanto buono. Amava parlare in dialetto ed era un tifoso sfegatato del Carpi, la sua squadra del cuore».
Simona conserva gelosamente il ricordo dei pomeriggi trascorsi a casa dello zio, in piazzale Ardeatino, dove lei da bambina lo osservava lavorare al pianoforte: «Un giorno - racconta - lo zio e il regista Germi stavano provando la musica di "Sinnò me moro" che sarebbe poi diventata il tema del film "Maledetto imbroglio". Io stavo in compagnia di mia cugina Alida che, per scherzo, si era messa a canticchiare il motivo. Germi ebbe allora l'idea di affidare proprio ad Alida l'esecuzione della canzone. E così è stato».
Simona è in grado di riferire anche altre storie sul maestro, non vissute da lei in prima persona, ma raccolte da nonna Ester e da altri componenti anziani del "clan" Rustichelli: «Mi hanno detto che zio Carlo, quando era bambino, era molto distratto, al punto da dimenticare la bicicletta in piazza, dove suo padre Geremia la doveva andare ogni volta a recuperare. Per prenderlo in giro le sorelle si divertivano a chiamarlo "Scalabra", un soprannome che lo ha sempre fatto arrabbiare tantissimo, anche se bonariamente, come del resto era tipico del suo carattere».
Così dunque era Carlo Rustichelli, con le sue piccole debolezze e il suo grande cuore, geniale come artista e bello come persona, un uomo decisamente speciale.
Rossana Caprari
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