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Il "tumulto" dei ricamatori - Un altro pezzo della filiera in campo contro la concorrenza sleale dei Cinesi
All'appello mancavano solo loro, ma sono arrivati. Dopo confezionisti, stiratori, ripassatori e imbustatori, la protesta contro i laboratori cinesi che non rispettano le norme valide invece per tutti gli altri sta coinvolgendo in questi giorni i ricamatori. Un'assemlea che si è tenuta il 15 novembre scorso in Sala Congressi ha ottenuto un esito insperato di partecipazione in virtù del tam tam interno, con un'ottantina di artigiani e piccoli imprenditori convenuti a Carpi da tutta la regione, anche se gli operatori del distretto locale erano la maggioranza. Nel corso dell'incontro è stato approvato un documento inviato a Prefetti, Questori, Sindaci oltre che alle associazioni Cna, Lapam Federimpresa e Confesercenti.
Nel documento si spiega che le comunità cinesi si stanno attrezzando con le macchine di ultima generazione con l'intenzione di intraprendere attività in concorrenza con le aziende locali. Si tratta però, precisa il documento, di una concorrenza sleale, perché basata sullo sfruttamnento del lavoro clandestino e sul mancato rispetto delle norme di sicurezza dei laboratori e degli orari sindacali. Conclusione: non avendo, i Cinesi, i costi che gravano invece sulle altre imprese del distretto, possono praticare prezzi molto inferiori, costringendo gli altri a ridurre il personale, fino a chiudere o a fallire. Da qui l'appello alle autorità perché si facciano i controlli e perché la concorrenza sia aperta ed esercitata in condizioni di parità. Dal canto loro, i ricamatori si dichiarano estranei a ogni coinvolgimento politico e pronti ad affiancare le associazioni e a incontrare tutte le personalità, di governo o dell'opposizione disponibili a fare qualche cosa per la categoria.
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Carpi - Scusate, ma voi dov'eravate quando il problema dei laboratori cinesi in zona lo sollevavano i vostri colleghi di altri "pezzi" della filiera? La domanda viene da sé e porta implacabilmente alla luce un settore che, in barba alla definizione orgogliosamente compatta di tessile abbigliamento, è attraversato invece da divisioni profonde. E non solo tra i due universi contrapposti del conto terzi, che i Cinesi li teme e li subisce, e del conto proprio, che invece con i Cinesi ci vive e ci prospera. Ma anche all'interno del contoterzismo, dove non è scattata quella reazione unanime al problema che avrebbe potuto ottenere almeno una maggiore attenzione, ma solo tanti scoppi successivi di indignazione, man mano che arrivava il proprio turno di doversi confrontare con la nuova, temibile concorrenza. "Forse ci illudevamo di essere al riparo - ammette il titolare di un laboratorio di ricamo che, come tutti, chiede l'anonimato - per via delle nostre tecnologie sofisticate. Le nostre associazioni, a loro volta, non hanno fatto molto per apririci gli occhi di fronte al pericolo". E come potevano, avendo fra i loro associati gli uni e gli altri, i laboratori danneggiati dai Cinesi, ma anche i produttori baciati dalla fortuna di trovarseli qui, all'angolo di casa?
Ma andiamo avanti.
Un collega del nostro interlocutore concorda: "Pensavamo di essere l'élite del tessile abbigliamento, per via delle macchine e dell'esperienza maturata in tanti anni di lavoro dal nostro personale. E poi, diciamo la verità: è un settore, questo, con tanti alti e bassi che non credevamo che potesse interessare ai Cinesi. Quando però fai come loro - aggiunge -, che incassano e strappano le fatture, chiudendo la ditta per aprirne un'altra, per forza che guadagni: di sicuro, l'Iva che non versi; e poi il margine che hai, non sottostando ai costi che invece abbiamo noi come retribuzioni sindacali, pagamento di straordinari, adempimenti assicurativi e previdenziali, rispetto della sicurezza, e così via".
E' questa la sfida sleale, la stessa che consente ai laboratori cinesi di qui di sfornare prezzi che si mantengono sempre inferiori a quelli degli altri produttori, nonostante l'ampio ricorso agli straordinari notturni e festivi: semplicemente, non li pagano. Se poi su questo terreno di "slealtà" si innestano gli acquisti di macchine da ricamo "multiteste" che costano dai 150 mila euro in su e che i Cinesi hanno imparato a usare, si capisce lo sfogo di uno dei nostri interlocutori: "Vanno dai rivenditori con sporte di contante e acquistano le macchine. Alcune sappiamo anche dove sono, ma ce ce ne sono tante da far paura. Se non li fermiamo prima che comincino le nostre aziende chiuderanno e i nostri dipendenti sono spacciati".
E' una sintesi esasperata e durissima, che ha portato anche a qualche atto d'accusa verso i rivenditori, "...peraltro - aggiungono i due artigiani - rimasto isolato, perché chi vende le macchine fa solo il proprio mestiere".
Qualche voce discordante e autocritica comunque c'è, fra i ricamatori: una signora che lavora nel settore da trent'anni, per esempio, e che ha cominciato a quindici, dice: "Lo capisco, questo stato d'animo, ma era tutto prevedibile e ci sento anche un po' di egoismo. Diciamo la verità: veniamo da anni di benessere tale che si fa molta fatica a ottenere oggi da un lavoratore il sacrificio di un sabato o di una mezz'ora in più la sera. O da una delle nostre ragazze quello di imparare con pazienza il mestiere. Il lavoratore ha i suoi diritti, ma anche troppe agevolazioni. E badi bene, glielo dice una che ha fatto per anni l'operaia. Per questo - aggiunge - è ingiusto colpevolizzare i Cinesi se loro dimostrano di voler imparare e hanno la voglia di rimboccarsi le maniche che noi abbiamo perduta. La concorrenza sleale? Ma sono le stesse aziende più importanti che hanno bisogno di quei prezzi e per questo li proteggono e li spalleggiano. Dal canto nostro, diciamo la verità: i nostri prezzi per anni sono stati esorbitanti, esagerati. Ecco perché - conclude - dico che i Cinesi non vanno accusati, ma bisogna trovare il modo di collaborare con loro: in fondo siamo sulla stesaa barca, dobbiamo remare insieme".
Facile immaginare l'obiezione dei suoi due colleghi: "Noi non contestiamo il loro diritto di lavorare. Non ce la prendiamo neppure con i costi bassi ai quali riescono a produrre in Cina. Ma se producono qui da noi, allora debbono sottostare alle regole del nostro territorio. Non si riesce a praticare prezzi inferiori, lavorando la notte o la domenica: se accade, vuol dire che ricorrono a una manodopera schiavizzata. E qui da noi la schiavitù ce la siamo scrollata di dosso da un bel po'".
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