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In quei bassorilievi un universo di misteri - Minarelli e le metope del Duomo di Modena
Carpi - Avevamo lasciato nell'aprile scorso il "nostro" (nel senso di carpigiano, seppure di adozione) Stefano Minarelli, storico non accademico di cose locali, alle prese con l'interpretazione del ritratto di Alberto Pio conservato alla National Gallery di Londra. Lo ritroviamo ora autore di un insolito volume edito dalla Aedes Muratoriana di Modena, dal titolo "Arte e alchimia in età romanica. Le métope del Duomo di Modena" (Modena 2004, 117 pagine, fuori commercio) che ne esalta più che mai le attitudini di "detective della storia", di ricercatore di arcane simbologie dissimulate dietro le più innocue - almeno per i non addetti ai lavori - forme di espressione artistica.
Nel gergo delle costruzioni, la métopa è una lastra di marmo o altra pietra, spesso scolpita a bassorilievo, che in origine decorava il frontone dei templi in stile dorico della Grecia classica. Trasferita come elemento ornamentale sui capitelli delle colonne, sulle mensole, sui salienti dei muri che attraversano il tetto delle grandi cattedrali romaniche - di cui il Duomo di Modena è uno degli esempi più ragguardevoli - la métopa prese a ospitare veri e propri "racconti" (quasi antesignani dei nostri fumetti) ottenuti scolpendovi sopra scene tratte dalla vita reale, da leggere in chiave religiosa; oppure raffigurazioni di un universo fantastico, fatto di esseri mostruosi, figure ibride, animali esotici. Uno come Minarelli non poteva non restare affascinato dalle raffigurazioni di questo tipo presenti all'ombra della Ghirlandina. E non chiedersi che cosa ci stessero a fare nella cattedrale modenese quegli umanoidi dal piede equino e con la testa di uccello; o le sirene, i draghi, gli ermafroditi, gli sparvieri, gli ibis che popolano i bassorilievi. Esseri fantastici che, nella visione ancora minuscola che dovevano avere del mondo gli uomini dell'XI secolo, si presumeva popolassere le più remotee e ancora inesplorate strade del pianeta? E' la tesi dei "mostri", ma quanti sono effettivamente gli esseri mostruosi ritratti nelle metope? Pochi, solo cinque su quattordici. Ma il drago trattenuto per il collo da una figura giovanile; o la sfinge; o la doppia spirale che si vede ai lati dell'ermafrodito non si possono definire mostri, bensì simboli. Simboli di che?
L'ipotesi del "detective" Minarelli è che la simbologia sia da ricondurre alla cultura ermetica medievale, in particolare all'alchimia. E' un'ipotesi che stride un po' con le date, come riconosce lo stesso autore. La storia ufficiale dell'alchimia comincia un secolo dopo l'avvio dei lavori del Duomo e si ritiene che il pieno sviluppo dell'iconografia alchemica non avvenga prima del XIV secolo, quando la Ghirlandina svettava già nel cielo di Modena. Ma è giusto irrigidirsi sulle date, per cogliere la diffusione di un fenomeno culturale? Una filosofia della natura qual è l'alchimia non può essere spuntata improvvisamente in Europa in un anno preciso. E non poteva aver pervaso l'immaginario collettivo da molto prima del 1114, l'anno preso a riferimento come ingresso dell'alchimia in Europa, in quanto coincidente con la pubblicazione del Liber de compositione alchemiae di Roberto di Chester? Le métope del Duomo di Modena sembrerebbero proprio tradurre un'esigenza di tipo immaginativo. Esse trasferiscono nella pietra le immagini dei trattati alchemici (come la Congiunzione degli opposti, il Rebis, la Materia prima e la fissazione del Mercurio), insieme alla funzione da sempre affidata all'alchimia di interporsi tra la conoscenza e la sensibilità. Non a caso tutta la speculazione alchemica ruota intorno alla tensione verso l'Unità, trovando la sua espressione più eloquente nelle metafore erotiche o nel simbolismo sessuale. Nel retroterra culturale che ha guidato la mano dello scultore delle métope c'era dunque tutto questo? Chiamiamola una possibile chiave di lettura: che non risolve del tutto l'enigma delle misteriose figure, ma che lascia trasparire l'introduzione dell'individuo in un piano di immaginazione in cui l'anima poteva celebrare un'esperienza estrema e non necessariamente mediata dalle Sacre Scritture. Se così fosse, sul Duomo di Modena sarebbe incisa la prova dell'ammissione che l'uomo non sempre è portato a guardare verso l'alto, ma può anche vivere in un mondo parallelo in cui gli è possibile vivere esperienze psichiche e spirituali impossibili in condizioni normali.
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