Il mercato russo? Meglio investirci che esportare prodotti

Intervista a un operatore italiano a Mosca

Il mercato russo? Meglio investirci che esportare prodotti

Gian Luca Nicolini commenta il crollo dell’export della manifattura italiana

lcuni articoli apparsi in questi giorni sulla grande stampa nazionale hanno ripreso i dati della Cgia di Mestre che confermano un dato di fatto: l’export italiano in Russia è crollato del 34 per cento negli ultimi due anni, a scapito soprattutto del settore manifatturiero. Molti politici si sono precipitati a chiedere la revoca delle sanzioni europee per l’annessione della Crimea e il sostegno di Mosca alla guerra civile in Ucraina, ma secondo Fabrizio Dragosei, che ha scritto un servizio per il Corriere della Sera sull’argomento, le difficoltà del mercato russo ad aprirsi ai prodotti stranieri sono da attribuire, più che alle sanzioni, alla profonda crisi economica che attraversa il paese. Se i prodotti manifatturieri italiani non si vendono più, in Russia, dunque, è perché i Russi comprano molte meno auto, macchinari, abbigliamento, scarpe, mobili e apparecchiature elettriche, per la semplice ragione che non hanno soldi. Tre miliardi e mezzo in meno del valore delle esportazioni italiane tra il 2013 e il 2015, dunque, non si spiegano con le sanzioni bensì, come scrive l’Istituto italiano per il Commercio estero, con un andamento sul quale “…ha fortemente influito sia un effetto di economia reale sia un effetto valutario”, ovvero la recessione e il calo del rublo. 

Sull’argomento abbiamo chiesto un parere a Gian Luca Nicolini, da anni attivo a Mosca con la sua Textile Development Company e corrispondente dalla capitale russa di Voce: «Come sempre – è la sua risposta – si dà la colpa alla recessione russa, alla situazione della Crimea e soprattutto al rublo, ma si dimentica sempre un fattore molto importante»

E allora qual è secondo lei il motivo? 

«La mancanza di investimenti italiani in Russia e una visione italiana per il mercato russo»

A che cosa si riferisce, esattamente?

«Da troppo tempo, le aziende italiane, continuano a lavorare con il mordi e fuggi, senza una reale organizzazione in loco, senza avere l’idea di come è realmente la Russia, di quanto grande essa sia e di come ci siano differenze notevolissime tra una città e l’altra e tra una regione e l’altra»

Per tutto il mercato russo, comunque, recessione ed embargo saranno la stessa cosa: o no? 

«L’embargo ovviamente ha influito per certi settori importanti dell’economia italiana e anche del nostro territorio. Ma i Tedeschi, per esempio, sono riusciti ad aggirare parte dell’embargo: di questo, anche il nostro Premier ha fatto cenno alcuni mesi orsono, durante un summit della Ue dicendo che si parla bene e si razzola male»

Ma come avrebbe fatto la Germania a continuare a intrattenere rapporti vantaggiosi con la Russia, nonostante la sua recessione?

«Tutti i paesi europei hanno avuto una contrazione dell’export con la Russia, ma alcuni di questi, come la Germania, con i loro imprenditori si sono organizzati e hanno portato avanti politiche di investimenti, che siano piccoli o grandi, ma di investimenti e di inserimenti di uffici o società in Russia, dovendo affrontare una situazione che politicamente si sta presentando in modo differente da come ci si poteva aspettare fino a qualche tempo fa. Ricordo, che i Russi sono dei grandi consumatori e che non fidandosi del prodotto locale, cercano sempre e da sempre il prodotto estero, anche se questo viene fatto in territorio russo, come le automobili o i mobili»

Il suo consiglio è dunque quello di passare dall’export del prodotto finito alla produzione del made in Italy sul posto…

«Ci vorrebbe una visione a medio temine, una capacità di programmare e non di fuggire, di inserirsi direttamente nel mercato, come molte ditte e marchi europei hanno fatto e stanno facendo. Certo che se pensiamo di tornare in Russia quando il rublo tornerà ai livelli ante crisi, sarà impossibile immaginare di avere la fila davanti alle nostre aziende. Per questo spero che le aziende del nostro comprensorio, piccole o medie che esse siano, possano iniziare a pensare con una visione più lunga e strategicamente più assoluta di questo grande mercato».

 

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