Il villaggio della speranza

L’odissea dei profughi giuliano dalmati approdati al campo di Fossoli nel ricordo di chi l’ha vissuta

Il villaggio della speranza

Arrivarono a centinaia fra il 1954 e i primi anni Sessanta. Accolti dalla diffidenza di una parte della popolazione. Che li considerava ostili alla Jugoslavia comunista. “Ma niente e nessuno è riuscito a distruggere la nostra autentica italianità”, di

Carpi – Fu campo per prigionieri di guerra, poi campo di concentramento per internati politici ed ebrei sulla via dello sterminio metodico e pianificato, ma anche spazio della speranza, prima con l’esperienza della Nomadelfia di don Zeno Saltini e poi con quella, ancora in gran parte da scrivere, del villaggio San Marco degli esuli istriani cacciati dalle loro case ed ospitati malvolentieri da una patria ingrata e piena di pregiudizi nei confronti di questi italiani di frontiera. “La presenza dei Giuliani nel carpigiano – scrive in un suo lavoro di alcuni anni fa Maria Luisa Molinari, una studiosa che ha analizzato il fenomeno post bellico degli esuli giuliani – è suddivisa in due grandi periodi: il primo, compreso tra il 1944 e i primi anni Cinquanta si caratterizza per una presenza di livello modesto, mentre per l’altro, che si sviluppa tra il 1954 e la fine degli anni Sessanta, si deve parlare, invece, di una presenza considerevole e nettamente identificata”. 

E’ il periodo che vede la nascita e lo sviluppo del villaggio San Marco a Fossoli, all’interno del recinto del preesistente campo di concentramento abbandonato dai Tedeschi nel novembre 1944 e riadattato dai Nomadelfi di don Zeno che avevano abbattuto il muro di recinzione e sistemato le baracche. «Mancavano pochi giorni a Natale del 1955 – è la testimonianza di un protagonista di quell’avventura, Antonio Zappador, classe 1939, nato in Istria, tipografo, poeta e carpigiano d’adozione – quando arrivai alla stazione di Carpi, per me, allora, alla fine del mondo. Sono sceso dal treno di prima mattina, la stazione distaccata dall’abitato, intorno campi avvolti di una nebbia che ti nega l’orizzonte, che ti si fa prigione intorno. Un mondo indefinito, privo di vita. C’ero solo io, neanche sedici anni, una valigetta di cartone e in mano un foglietto con su scritto un indirizzo: “Fossoli di Carpi, via Remesina”. E nessuno a cui chiedere dove si trovava questo posto e come andarci».

Secondo la storia, i primi profughi arrivano a Fossoli nel giugno del 1954 accompagnati da Arturo Battara che sarà poi il direttore del villaggio. Sono profughi della cosiddetta “seconda ondata”, quella che proviene dalla zona B dell’Istria, ceduta alla Jugoslavia in base al Memorandum d’Intesa dell’ottobre del 1954. 

E’ gente di Capodistria, Isola, Umago e Pirano (uno di loro, Marino Piuca, con Anna Malavasi, intitolerà in seguito un suo libro di ricordi proprio “I gatti di Pirano”), guardata con sospetto dai Carpigiani dell’apparato locale del partito, allora, il Pci, perché fuggono dal regime comunista di Tito e quindi sono “possibili fascisti” e considerati con sufficienza anche dalle autorità nazionali che non sanno bene come gestire il flusso migratorio (Scelba darà disposizioni affinché a questi Italiani siano prese le impronte digitali). Fra villaggio San Marco e Carpi non c’è più il filo spinato, ma le barriere, ideologiche e sociali non sono per questo meno evidenti: “Se, stando almeno alle testimonianze – asserisce Maria Luisa Molinari – il giudizio complessivo sull’assistenza ai profughi e sulle loro abitazioni è positivo, lo stesso non si può tuttavia sostenere per ciò che concerne l’integrazione dei profughi giuliani nella cittadina di Carpi e a Fossoli. 

L’inserimento, infatti, soprattutto all’inizio, non è stato indolore, ma anzi piuttosto difficoltoso”. «Quando arrivai al villaggio il primo giorno – racconta ancora Antonio Zappador – non potevo credere ai miei occhi: un campo di concentramento. Mi aveva accompagnato in carretto Ciccio Siligardi, il primo carpigiano che avevo incontrato. Ma non riuscivo a capacitarmi dallo stupore e mi dico che mi hanno tirato un brutto scherzo. Poi passa una donna e mi parla nel mio dialetto “Cossa ti fazi qua? No te conosso” (Cosa fai qui, non ti conosco) e allora mi riprendo. Il villaggio si chiamava San Marco ma fuori, per la gente del posto noi eravamo “I triestein dal camp”. Venivamo definiti “Fascisti che hanno tradito la costruzione della società socialista di Tito” e non sono mancati gli episodi incresciosi». Intanto il villaggio si struttura e prende forma: c’è la scuola elementare per i ragazzi, c’è la chiesetta inaugurata dall’allora vescovo di Carpi Artemio Prati, ci sono anche i momenti di festa documentati dalle vecchie e sbiadite foto in bianco e nero. Lucia Castelli, fotografa, che ha vissuto al San Marco, ha avuto la bella idea di affiancare le foto di allora con i ruderi del campo di oggi. Ne è uscita una carrellata di affettuosi ricordi che come un film ripercorre con sentimento lo ieri e l’oggi. 

Gran parte del campo di Fossoli, infatti, non è quello delle baracche degli internati in transito per i campi di sterminio, ma quello delle ricostruite abitazioni degli esuli istriani. «Il tempo – è l’ultimo commento di Antonio Zappador – ha il suo percorso che non si adatta ad alcuna regola dell’uomo. Giunse il momento che non ci furono più arrivi di nuovi profughi: bene o male si trovarono le definitive sistemazioni. Nel tempo abbiamo vinto in buona parte la diffidenza che allora ci circondava, costruendo il nostro itinerario nella vita. Niente e nessuno è riuscito a distruggere la nostra autentica italianità istriana». 

Il villaggio San Marco chiude i battenti: il 7 marzo 1970 le ultime famiglie lasciano Fossoli e si trasferiscono a Carpi, in alloggi realizzati per loro dall’Opera Profughi. Nell’aprile del 2013, nel ricordare i sessant’anni dell’istituzione del villaggio San Marco, viene presentato un progetto per il restauro della chiesetta del campo. Tre anni dopo la proposta è ancora una proposta e nulla è stato ancora concretamente realizzato. Ma gli istriani di Carpi sanno essere pazienti, lo hanno dimostrato. E prima o poi ce la faranno a riavere la loro chiesetta d’un tempo.

Nelle foto, Antonio Zappador e i suoi genitori all’interno di una baracca del campo, il viale principale del villaggio San Marco in una foto d’epoca e il racconto per immagini di  Lucia Castelli

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