L’ultima trincea dei subfornitori

Il punto sul conto terzi con ricamatore, tessitore, coordinatrici di campionario, stampatore e magliaia

L’ultima trincea dei subfornitori

(ha collaborato Cristina Gibertoni)

Carpi – Probabile che alla fine sia mancata la parte costruttiva. Ma non è che difettino spunti per il da farsi, quando si ascolti il sofferto e lungo elenco – lo abbiamo dovuto dividere in due puntate – di quel che non va, oggi, per i subfornitori di Carpi, eredi di tradizioni manifatturiere sulle quali la città ha costruito decenni di benessere e che autorizzano ancora a definirci “distretto”. È una sofferenza, va detto, pari solo all’autentica passione e all’attaccamento al proprio lavoro testimoniato dai cinque imprenditori che, per l’organizzazione di Cristina Gibertoni, collaboratrice di Carpi Fashion System, Voce ha riuniti in un forum sul malessere attuale della subfornitura. Hanno accettato l’invito a confrontarsi e a discuterne Maurizio Andreani, di Ricami Monica, Graziano Daviddi della tessitura David Tex, Rosy Iacovone, di Mathias Mode, Giuseppe Landi, di Color Service, Angela Martinelli, della Fattoria delle Lane e Simonetta Pasquetto, free lance, coordinatrice di campionario.

Va detto subito che l’atmosfera è stata quella di un ritrovarsi, di allacciare fili “…che una volta c’erano, perché c’era l’ambiente e ci si conosceva tutti   – hanno osservato alcuni di loro –, mentre oggi ce n’è meno per tutti e prevale l’invidia cattiva”. Che ci sia bisogno di confrontarsi, e non solo fra i subfornitori, ma anche fra questi e i produttori finali, griffe o brand che siano, e con le banche, le istituzioni, le associazioni di categoria e i sindacati è il messaggio di un forum dal quale esce un preciso messaggio del quale sarebbe un errore non riuscire a cogliere anche i risvolti drammatici e perfino il senso di un’ultima spiaggia.

1 - Prato e Cinesi più bravi?

Landi: «Rappresentano una concorrenza sleale: sono per lo più aziende cinesi che stanno in piedi due o tre anni con un nome, poi lo cambiano, non pagano contributi né tasse. Poi qui ti senti dire che sei caro. Ma prova a fare due conti: una volta sommavi uno, due e tre, vendevi a cinque e ci stavi dentro. Ora fai uno, due e vendi a due e mezzo»

Iacovone: «Sono d’accordo: paghiamo i dipendenti, paghiamo le tasse, i contributi, ci prendiamo a cuore anche le situazioni familiari e alla fine nessuno ci aiuta. Non sei tutelato, la gente non ti paga, paghi le tasse su quello che non hai incassato. Sono situazioni che portano fuori»

Pasquetto: «Ho avuto una serigrafia per trent’anni: facevo stampe, tinture, strass, applicazioni e realizzavo il prodotto finito. A causa di quel che stanno dicendo i miei colleghi, ho dovuto chiudere. I clienti per i quali coordino i campionari non li porto certo a Prato: cerchiamo almeno di aiutarci fra di noi»

Daviddi: «Non è che vada meglio nella tessitura. Solo a Carpi nel 2015 hanno chiuso otto aziende e tutte tessiture primarie, importanti. La causa principale, però, è la grande distribuzione che viene prodotta all’estero, in maggioranza. Qua da noi è rimsato purtroppo solo chi può lavorare per una fascia di mercato abbastanza alta. Nicchie, piccoli ordini. Il pronto moda purtroppo a Carpi è sparito: è andato a Prato e anche a Napoli…

Pasquetto: «A Prato ci sono i Cinesi, a Napoli quelli del Bangladesh: fanno quel che gli pare, mentre noi con le nostre aziende dobbiamo metterci in regola con tutto»

2 - Il prodotto e Il prezzo

Andreani: «Quando si parlava prima di prodotto alto, che cosa si intende? Quello che facevamo a Carpi non c’è più, mentre c’è stata una rincorsa a quello che producono i Cinesi. Con i miei clienti sono sempre in lotta a dirgli: va bene facciamo pure la maglia dell’anno scorso, a un euro in meno tutti gli anni. In questo modo, abbiamo realizzato la stessa roba dei Cinesi, quella da primo prezzo. Il medio fine che c’era a Carpi è sparito però faccio anche fatica a trovargli un mercato. Quello del lusso è invece costantemente in crescita. Ho visto di recente dei numeri a cui non credevo nemmeno io. Una volta il pronto moda faceva 4 mila capi e la grande firma 80, ora le parti si sono invertite. Loro sono cresciuti nei quantitativi e noi, adattandoci al prezzo, abbiamo quantitativi tanto piccoli che non copriamo le spese. Io faccio il ricamatore e ho un’incidenza di manodopera molto alta. Per ordini da 80 pezzi non paghi l’allestimento della macchina»

Martinelli: «La possibilità di lavorare con il medio alto ci sarebbe. Ho reti di vendita che continuamente mi sollecitano: ma Angela, a Carpi, c’è la maglieria, perché non fai una bella collezione che manca? A furia di rincorrere il prodotto cinese che è quello per tutti, come è accaduto anche al Centergross a Bologna, ora tante aziende vengono invece da me per avere il prodotto personalizato e non vanno certo a Prato, a cercarlo. Voglio dire che stanno tutti rientrando verso l’immagine che dava Carpi una volta. Il problema nasce quando questi qua ti chiedono di fargli il campione, le referenze, ma poi quando si tratta di pagarteli ecco che cento euro diventano un costo insopportabile e ti chiedono di pagare a 90 o 120 giorni perché, dicono, sai quando potrò vendere? Per cui ti ritrovi a dover fare da finanziatore dei clienti. Sarei piena di ordini sul prodotto medio alto, se accettassi di finanziare tutti questi»

3 - Ma “questi” chi sono ?

Martinelli: «Clienti, anche medio alti, che hanno già un nome e anche distributori ex grossisti che cercano di costruirsi un’immagine di prodotto personalizzato. Ma poi le riba non me le pagano, la banca non me li prende più proprio perché le hanno mandate insolute e il tuo rating è distrutto: non più affidamenti, la banca ti considera un bandito e allora pensi di tutelarti facendoti pagare con contrassegno e ti trovi con un plico di assegni bello alto. Avresti tutta la liquidità del mondo se potessi fare come con gli assegni di una volta, con delle girate lunghe così. Ma non è possibile per cui tu diventi uno che non può più pagare i lavoranti. Un gruppo di loro che lavora col puntino sulla sedici, italiani, mi sta chiudendo perché non li hanno pagati. Un laboratorio italiano che ha la certificazione e che chiude...»

(si alza un coro di consensi, da cui spicca un “È un dramma” e “Le banche non fanno più le banche”)

Andreani: «Siamo criticati per i nostri prezzi. Certo, se il paragone vien fatto con le realtà di cui parlavamo a proposito di Prato è possibile: noi abbiamo un costo di 25 euro l’ora, loro lavorano dai 4 ai 6 euro l’ora. Non è l’unica, ma è una delle tante cause della nostra emarginazione. C’è anche il mercato che è venuto a mancare. Io non so perché, ma i negozi non stanno lavorando, parlavo adesso con un cliente che lavora al dettaglio, marzo è stato un disastro. A me piacerebbe e ho pensato tante volte che Carpi si orientasse all’estero su dei mercati che si possano permettere i nostri prezzi. Però il made in Italy è poco tutelato. Mi dicevano che a Singapore hanno creato un’area franca in cui possono produrre made in Italy. Allora che cosa stiamo a fare? Un amico italiano ha tentato di andare là a fare i tortellini. Gli hanno risposto, non c’è problema porta qua le macchine, ma uova, maiali, materie prime li compri qua. Loro si proteggono, noi no. Il made in Italy con il vino e gli alimentari ci sta riuscendo, sia pure a fatica: se qui non si comincia mai… Una differenza ci deve essere. Quando comprate un capo provate a leggere dove è stato fatto» 

Landi: «Sono stato chiamato da una nota griffe. Avremmo bisogno di riportare il lavoro in Italia se ci fai il lavoro finito. Ho provato a vedere che marginalità ci fossero e ho trovato un lavorante di Prato che mi faceva le maglie made in Italy. Sai come funziona il made in Italy a Prato? Fanno fare tutto in Albania, attaccano il cartellino e imbustano qua. Sono tre passaggi di lavorazione che li autorizza a norma di legge. Ma niente è stato fatto qui. Allora vai dal cliente e gli dici: la maglia finita con la stampa costa 8 euro. E loro: spiacenti, ma noi dobbiamo pagarla 2,80»

Andreani: «Poi hai il piacere di vederla in negozio a 140...»

4 - Carpi, griffe e brand

Andreani: «Ci chiedete quanti di noi lavorino con le griffe? Ma a Carpi chi abbiamo di griffe? L’unica è Blumarine»

Iacovone: «Se parliamo di griffe è Blumarine, per il resto è un altro mondo. Come definiamo il “resto”? Brand, sono brand»

Andreani: «Io, come prodotto, Liu•Jo faccio fatica a definirlo griffe. Per me è un brand e ai brand fai solo i campioni»

Daviddi: «Qui fanno le piccole serie e basta»

Landi: «L’ordine è questo, ti dicono: mi fai il prezzo oppure vado altrove»

Iacovone: «Chiamiamoli pure ricattini. Perché tu che cosa fai dopo? Accendi la luce del laboratorio e hai già dei costi fissi. E allora uno, pur di far girare le macchine e dar da lavorare al dipendente, finisce per accettare»

5 - Sindacati e lavoro

Pasquetto: «Io ho fatto trent’anni l’imprenditrice con una mia azienda. Ho iniziato ad avere i problemi più grossi con i miei dipendenti, con i sindacati. Perché noi stiamo dicendo dei Cinesi e dei Bengalesi, ma loro, per tenersi il posto di lavoro combattono fino all’ultimo. I nostri dipendenti, invece, proprio no, perché tutelati dai sindacati e meno fanno…»

Daviddi: «Chiedo scusa, ma non sono d’accordo: non sono tutti così»

Pasquetto: «Non voglio fare di tutta l’erba un fascio ma io sono un esempio di quelle aziende per le quali il 24 ottobre 2011 i sindacati hanno richiesto il fallimento. Sottolineo: l’istanza fallimentare l’hanno presentata i sindacati, gli stessi che avrebbero dovuto proteggere i posti di lavoro»

Daviddi: «Io debbo essere una mosca bianca perché sono 35 anni che ho l’azienda e fortunatamente i sindacati non sono mai venuti, siamo in 15 siamo in pochi e abbiamo molti dipendenti che sono lì da quando abbiamo aperto, avendo la fortuna di non averne mai licenziato uno»

Pasquetto: «La sua azienda si chiama macchietta bianca» 

Daviddi: «Anche se, lo riconosco, più si va avanti più è difficile gestire dei dipendenti. Ne ho di quelli con me da 25 anni e tutti comunque hanno le chiavi dell’azienda»

Iacovone: «Lei ha un tesoro, se li tenga così. Io non mi posso lamentare: l’azienda di mia mamma e mia zia, nella quale sono entrata, aveva una storia di 45 anni alle spalle. Ho dovuto decidere a un certo punto di prendermela in carico e di andare avanti. Siamo diventati un service, ci siamo allargati, ho deciso di prendere sarte e modelliste, persone che erano rimaste a casa ed erano disperate. Mi sono giocata il tutto per tutto, ci ho creduto, affrontando un sacrificio dietro l’altro. Sono stata un anno senza darmi lo stipendio e sono grata a questo gruppo giovane di modelliste, sarte, tagliatori che hanno le chiavi, vengono quando sanno che debbono venire, si aggiustano le ore, non pretendono straordinari perché io ho parlato loro molto francamente: vi do l’opportunità e mi metto per prima davanti a questo progetto, ma se voi non aiutate l’azienda e non ci mettete del vostro, fuori c’è un’aria tale che non abbiamo futuro né io né voi»

6 - Colpe ed errori

Pasquetto: «Dove ho sbagliato io è stato quando nel 2007, sentito l’odore della crisi, mi sono detta chiudo e ristrutturo l’azienda. Si è alzato però il coro di banche e commercialisti: ma nooo..., è una bella azienda. E i dipendenti: tieni duro siamo con te. Dopo un anno i sindacati hanno iniziato a farmi la guerra» 

Martinelli: «Il mio errore è stato non aver investito di più. Ora ho un’attività dove faccio collezioni per clienti, ma ho avuto per 20 anni una bella azienda con un brand importante. Poi ho voluto seguire il prodotto, ma per farlo e accontentare tanti clienti hai bisogno di investimenti: ma come si fa con i margini che ci sono e senza appoggi per finanziamenti? Vorrei fare formazione per dei programmatori, però mi sembra di chiedere una cosa che non serve a nessuno quando in realtà sulla maglieria ci sono agenzie e clienti esteri che tornano al made in Italy. Io gli lustro le scarpe tutti i giorni, ai miei programmatori. Ho chiesto: datemi dieci persone e un finanziamento in modo da preparare giovani che sanno fare dei programmi: nessuno mi ha risposto»

Daviddi: «Programmatori per fortuna non mi mancano, e su questo non ho nulla di cui rimproverarmi. La sola critica che mi faccio è di essere stato troppo buono a voler tirare avanti. Non vorrei che mi capitasse quello che è successo alla signora Pasquetto: mi fa male sentire quelle cose, perché è un fatto che il mercato è in forte discesa»

Landi: «Quel che rimpiango è di non aver creato una struttura di vendita con agenti che vendessero il mio prodotto. Quando ho preso la fotocopiatrice collegata a computer che mi faceva le varianti non più tagliando a pezzettini, ma a computer, su dieci a cui l’ho mostrata, otto sono diventati clienti. Io non sono più andato fuori e non ho formato degli agenti»

7 - clienti troppo comodi?

Iacovone: «No assolutamente l’iniziativa è tanta e la ricerca spasmodica e a volte quasi imbarazzante perché sembra di chiedere l’elemosina. Poi debbo dire che occupandomi di campionari, prototipia e produzioni ci siamo organizzati in modo che adesso facciamo tutto: gli stilisti ci danno i figurini e basta, si dimenticano di tutto, tessuto, forme e modelli glieli cuciamo noi, andiamo a casa loro, li facciamo indossare alle modelle stiamo delle giornate là, ad ascoltare questi che mi, ma, mu e non glielo facciamo pagare il tempo. Questa è la cosa che mi rimprovero: io per riuscire a entrare sto continuando a tirare e tirare i miei listini, a far lo sconto e se mi dai la produzione ti scalo il 30 per cento della maggiorazione della referenza e vengo a provare, ti mando le mie modelliste, ma non ti faccio pagare mentre sono da te. Così si arriva al dunque, ad assottigliare il margine che ti consentiva di avere due soldini per comprare un’attrezzatura nuova. Io l’ho completamente rifatto, il parco macchine: poi però arriva il cliente che ti dice tu mi devi fare il punto che eseguiva quella certa macchina e la devi noleggiare… Adesso però comincio veramente a tirare i remi in barca»

Andreani: «Mi rimprovero solo la poca ricerca di clienti nuovi, Non sono uscito da Carpi. Anche se quando hai necessità di lavorare subito la semina è estremanemte onerosa e faticosa. La mia piazza mi bastava, ho dormito sugli allori e sono rimasto un po’ troppo in città, quando vedo che fuori hanno tutto più scomodo, ma hanno creato aziende che sono più aziende. La nostra piazza aveva probabilmebte tutto troppo facile. L’affezione con il lavorante che ti faceva un buon servizio non c’è più da tempo. La signora Iacovone ha un service che fa il commercializzato  queste aziende sono fra le poche a portare un po’ di lavoro sulla piazza. Però non c’è margine e diceva che deve buttare il suo lavoro dietro la gente. Vengono da me con uno straccio in mano e mi dicono: mi fai una prova? Voi la chiamate prova, ma una volta si chiamava campione. Io lo chiamo lavoro. Ma non abbiamo potere contrattuale per farci pagare queste cose. In pochi di noi hanno questo potere».

(1 – continua nel prossimo numero: tema centrale, la formazione e i rapporti con i brand di Carpi)

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