E tra il rosso e il nero a Carpi prevalse soprattutto il grigio

Collaborazionismo ed epurazioni

E tra il rosso e il nero a Carpi prevalse soprattutto il grigio

E' esistita anche a Carpi, una “zona grigia”, una parte di popolazione, per intenderci, che non militò, non ebbe ruoli attivi di opposizione ai Tedeschi e ai loro alleati fascisti, limitandosi ad aspettare che la tempesta passasse con l’arrivo degli Angloamericani? Si parla qui, ovviamente, dei venti mesi – dunque, molto meno di quanto durò il governo di Vichy – della Repubblica di Salò e dell’occupazione militare tedesca che hanno sempre polarizzato l’attenzione sul “rosso” (la Resistenza) e sul “nero” (i sostenitori del regime), mettendo la sordina a quella fascia intermedia di Carpigiani che cercarono semplicemente di sopravvivere. Non è difficile immaginare che si trattò della netta maggioranza della popolazione, indifferente, dedita soprattutto agli affari propri evitando guai e in alcuni casi alle prese con il doppio gioco – amica di Tedeschi e fascisti repubblichini di giorno, collaborativa con i partigiani di notte – che produsse non pochi equivoci nell’immediato dopoguerra.  

Quanti furono, infatti quelli che tra Carpi e zone limitrofe presero le armi o furono comunque attivi, vivendo in semiclandestinità, nella guerriglia di liberazione? Il libro di Mario Pacor e Luciano Casali “Lotte sociali e guerriglia in pianura” (1972) classifica come “partigiani” in tutto 171 nomi, sommando i componenti delle brigate Diavolo, Dimes, Ivano, Scarpone, Grillo, Bonaccini e Tabacchi, censiti peraltro dopo la guerra, quando la patente di “partigiano” veniva conferita con una certa facilità. E’ vero che intorno al nucleo organizzato si era creato una rete di sostegno diffuso, di famiglie che ospitavano, aiutavano, spalleggiavano, pur senza essere coinvolte nella lotta armata. Ma questo si registrò soprattutto nelle campagne a nord di Carpi e solo marginalmente nel capoluogo, sicché diventa difficile condividere l’affermazione di Giovanni Taurasi di una “…dimensione corale e di massa” della lotta di Resistenza (La falce e lo scudo. Socialcomunisti e cattolici nel mondo piccolo carpigiano, in “Carpi dopo il 1945”, del 2005). Mancano le cifre, ma ancora meno dovevano essere i sostenitori dichiarati del governo di Salò, dopo che il 25 luglio aveva spazzato via i fasti del fascismo. La manovalanza delle milizie che fucilarono i 16 in piazza nell’agosto 1944 era costituita da brigatisti neri venuti da fuori e chi, per interessi od opinione o storia personale, si sentiva da questa parte, con poche eccezioni si guardava bene dal manifestarsi o dal farsi parte attiva. 

I più navigavano dunque in una difficile normalità che solo a essere molto severi potrebbe venire etichettata come collaborazionismo: un’etichetta che peraltro, nel clima da guerra civile trascinatosi ben oltre il 1945, sarà all’origine di diverse vendette criminose. Una severa è Liliana Picciotto, la ricercatrice che nel suo “L’alba ci colse come un tradimento” (2010) dove ricostruisce le vicende del campo di Fossoli si chiede come sia stato possibile che a Carpi nessuno si interrogasse su che cosa fosse il movimento che c’era intorno al campo, chi fossero quei civili arrivati con le loro famiglie, che cosa ci facessero, perché partissero a scaglioni dalla stazione su vagoni in cui venivano rinchiusi come animali. 

Sono quesiti ai quali l’autrice accosta la spaventosa normalità della gestione del campo, quale si desume dalle fatture da lei pubblicate e dove compaiono i nomi della ditta incaricata del trasporto degli internati, del forno e del negozio di generi alimentari che rifornivano il campo di pane, formaggio e marmellata. Le fatture sono conservate nell’Archivio storico comunale, ufficio Economato, perché il Comune anticipava le spese, poi rifuse dalla Prefettura: ma si dovrebbero per questo considerare collaborazionisti il Comune, le ditte e la stessa Cooperativa muratori che realizzò le baracche, quando c’era pur da provvedere ai servizi e, per di più, con la pistola dell’esercito occupante puntata alla tempia? Di questo dovette essere consapevole anche la Commissione per l’epurazione incaricata dal Cln di stilare l’elenco di chi aveva collaborato con nazisti e fascisti, se è vero che in un elenco conservato nelle buste “Epurazioni” presso l’Archivio storico comunale di Carpi e citato da Paola Borsari in una nota al saggio Dopo la liberazione, sempre in “Carpi dopo il 1945”, in quell’elenco, si diceva, finirono solo le schede di una dozzina di dipendenti comunali. 

E’ sempre Taurasi però a informarci che alcune sospensioni dagli uffici decretate dalla Commissione si erano già tradotte in autolicenziamenti. Le epurazioni vere, come è ben noto, furono quelle eseguite con le armi nei mesi roventi seguiti alla liberazione, che una polizia costituita da ex partigiani non seppe o non volle impedire. E furono anche i casi, non molti per la verità, delle donne rasate e svergognate pubblicamente per aver flirtato con soldati tedeschi. Esiste infine, nel fondo Anagrafe sempre in Archivio storico comunale, una busta con la scritta “Da non far vedere”. Un anonimo compilatore vi sigillò un elenco di nomi di fascisti, recanti ognuno la segnalazione del grado di pericolosità: “innocuo”, “pericoloso”, “pericolosissimo”... C’è anche uno classificato come “cretino” che sarebbe diventato molto noto a Carpi nei decenni successivi: ma non è il caso di farne il nome.

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