I nodi formazione e brand locali

Il punto sul conto terzi con cinque imprenditori della filiera tessile – 2

I nodi formazione e brand locali

(ha collaborato Cristina Gibertoni)

Riprendiamo in questa seconda parte i contenuti del forum che, con la collaborazione di Carpi Fashion System, abbiamo voluto dedicare ai problemi della subfornitura, oggi. I protagonisti sono l’imprenditrice della maglieria Angela Martinelli (Fattoria delle Lane), la coordinatrice di campionario Rosy Iacovone (Mathias Mode), la progettista di campionario Simonetta Pasquetto (free lance), Maurizio Andreani, titolare di Ricami Monica, il tessitore Graziano Daviddi (Davidtex), lo stampatore Giuseppe Landi (Colorservice). Alla tavola rotonda ha preso parte Cristina Gibertoni, di Carpi Fashion System.

La dissonanza formativa

Gibertoni: «Sulla formazione non dovrebbe esserci uno scambio più intenso fra le aziende?»

Martinelli: «Un centro di formazione dovrebbe andare a rompere le scatole alle aziende e a imporre loro di prendersi delle ragazze…»

Iacovone: «…però ti debbono venire incontro. Quando arrivano per la formazione, io tengo moltissimo a queste ragazze. Metto l’aspirante modellista accanto a quella già professionalizzata, per cui le mie interne debbono fare lavoro doppio: e lì chi ci aiuta? Poi, finito il tirocinio, le devi assumere. Ma ragazze, ci vogliono degli anni prima di imparare un mestiere e dovete metterci del vostro: non potete pretendere e voglio questo e quello e voglio uscire prima perché debbo andare a yoga e ho il gatto o il cane. Allora ti alzi mezz’ora prima e vai a letto mezz’ora dopo»

Landi: «Una ragazza è venuta con la mamma che mi ha chiesto subito: ma quanto prende al mese? Forse niente, ho riposto, dipende da che cosa mi dà…»

Martinelli: «Io ho avuto una centralinista che si è messa in malattia e mi sono trovata i sindacati a chiedermi un lavoro meno stressante. Meno stressante del centralino?»

Gibertoni: «Forse c’è anche il problema di chi ve li manda e non li prepara. Mi pare di aver capito che c’è un concetto del lavoro che è antico…»

Landi: «Mio figlio ha una vocazione artistica. Sono andato all’open day del Venturi per valutare se iscriverlo e, viste le attività di decorazione, ho chiesto: ma le tavolette grafiche, il computer, li avete? Quando vengono da me, gli taglio il filo del mouse e gli do la tavoletta» 

Iacovone: «Ho preso ragazze da Carpiformazione. Si sa che occorre dedicare loro del tempo. Ebbene: che cosa è venuto a fare due volte l’addetto di Carpiformazione? Solo a controllare che la scheda delle allieve fosse stata compilata correttamente. Ci chiedete se l’offerta formativa di Carpi sia all’altezza. Ho trovato una ragazza molto brava, l’ho assunta e mi considero fortunata. Ne ho avute però altre che, ve lo giuro… Cercavo una sarta (e che il cielo ci aiuti perché tra poco non so chi cucirà più il made in Italy). Arrivano dopo aver fatto il corso da sarta e scopro che non sanno infilare le macchine. Oppure mi chiedono se debbono stare otto ore a cucire. O, ancora, perché debbono scucire. Qui c’è un groviglio di errori che parte dalla scuola e arriva al mondo del lavoro. Già a scuola insegnano poco. Le dovrebbero mandare fuori quindici giorni ogni mese, fuori a lavorare gratis dalla mattina alla sera in un’azienda. Devi cucire, perché fino a che non avrai imparato a cucire diritto, come puoi pensare di diventare una sarta del made in Italy?»

Gibertoni: «Ma esistono buchi nell’offerta formativa? Mancano corsi, per esempio per sarte e magliaie? Perché ne vedo tanti di questi corsi. Che cos’è che non funziona?»

Martinelli: «Io ho chiamato varie scuole di maglieria, ma escono tutte come stiliste. A una ragazza che ho presa in stage dal Vallauri ho fatto fare tutto il percorso, dal filato al telo di punto. Questa ragazza mi ha chiesto se la magliaia fosse la vecchia che fa i teli… La magliaia: che è una della attività più creative in assoluto… Allora dico: possibile che a queste ragazze venga trasmessa una cosa che non è reale e non hanno la più pallida idea di che cosa sia la formazione? Mi date per sei mesi sei ragazze che vogliono imparare a programmare e allora si riesce a parlare la stessa lingua e a trasmettere l’amore per il prodotto. La nostra zona è nata con la treccia: possibile che non ci siano più magliaie e operatrici del puntino?»

Daviddi: «Sono un habitué dei corsi di formazione, ci ho anche insegnato. Una volta la base la fornivano Da Vinci e Vallauri. Manca la base e prima di iniziare sulle Stoll e sulle Shima bisognerebbe fare formazione sulle macchine a mano, insegnare che cos’è il punto, la carica e poi iniziare sulle automatiche. Mio figlio ha fatto il Da Vinci, e gli ho detto che prima di fare il programmatore qua avrebbe dovuto imparare che cos’è la maglia. Ho chiamato una esperta magliaia, è venuta in ditta e ha fatto un corso a mio figlio e ora è diventato uno dei migliori programmatori sul nostro tipo di macchine. Questo apprendimento di base è sparito da tutte le scuole per cui non c’è più una indicazione di professionalità, si tratti delle rettilinee o delle circolari o delle magliaie da puntino e delle modelliste. Per quel che riguarda la grafica, a chi viene fuori dal Venturi devi fare svolgere il lavoro a mano, prima di dargli una matita grafica con tavoletta. Solo in un secondo tempo passi all’automazione, perché l’automazione ti aiuta nelle rettilinee, ma se non hai la base fai sì ugualmente i campioni con i software dedicati perché fanno un colore e vanno a prendere il punto, prendono un altro colore e un altro punto e ti viene fuori il capo. Ma chi sa lavorare quel capo lì lo fa con un 30 per cento in meno rispetto all’automazione. Se conosci le basi riesci a ottenere il massimo che possono dare dei contoterzisti come siamo noi in fatto di ricerca e qualità del prodotto. Dopo, se hai il cliente che ti può pagare il giusto prezzo, bene; altrimenti non può essere un cliente per te. Io ho messo dei paletti perché se debbo continuare a lavorare per un cliente che alla fine non mi dà un minimo di utile... Qualcuno viene e mi dice: mi hanno riferito che tu sei caro. E io gli rispondo: può avertelo detto solo uno che ha appena chiuso…»

Landi: «La formazione dovrebbe proprio partire dalla base e secondo me ora non c’è. Io fatto il Vallauri con la maglieria. Ho imparato a sfilare il telo. Poi sono andato a lavorare da Marchi e Rossi e facevo i programmi per macchine da maglieria con i cartoni e le stecche. Disegnavo sul mio foglio di carta millimetrata e facevo le grechine dei vari colori e questo mi ha aiutato nella grafica e a fare i disegni»

Iacovone: «Modelliste e sarte sono il cuore della mia azienda. Tutte parlano di Cad. E allora chiedo di farmi un’occhiatura: panico. Attaccami una tasca: non sanno neppure da che parte girarla. E tu hai fatto il Cad? Invece, se tu parti con la carta e le manine e provi a cucire la carta e la metti insieme capisci che devi avere i centimetri per fare la cucitura. Altrimenti, ma quale modellista? Diventi una mera esecutrice di un programma a computer e allora ci può riuscire chiunque. Una modellista lo sei se mi fai  un modello su un manichino, non piatto che quando lo metti non sai come ti sta su, che non ha il sedere, il seno, la spalla. Se non gli danno queste basi qua, possono fare tutti i corsi Cad che vogliono: fra un po’ le modelliste non ci saranno più…»

Andreani: «Ho l’impressione che la formazione sia carente anche perché c’è meno interesse, dato il momento. Perché dovrei formare una ragazza se non so neanche se ho lavoro per quelle che ho già formate? Voglio dire che è anche l’attuale condizione che ha influito sulla formazione, perché si tratta di un investimento. La signora Iacovone è giovane e mette entusiasmo: io onestamente ho cercato di trovare gente già pronta, perché prenderne da formare è un lusso che facevo fatica a permettermi, per i tempi e per i costi. La formazione è stata trascura anche perché c’è una carenza di richiesta. Devi avere il lavoro per essere incoraggiato a formare: il problema è tutto lì. Con il lavoro, tutto si rimetterebbe in moto»

MA a Prato il lavoro c’è…

Andreani: «Ma è lavoro quello? Noi non sappiamo fare quel prodotto lì»

Daviddi: «È un altro prodotto, molto basso»

Pasquetto: «Togliamo la parola prodotto»

Martinelli: «È robaccia»

Iacovone: «Non ti sta cucito addosso»

Martinelli: «I clienti esteri non vanno a prendere la roba a Prato»

Iacovone: «Gli Italiani però ci vanno. E hanno tolto lavoro a noi»

Daviddi: «Tempo fa mi fu chiesto se lavoravamo per i Cinesi. All’epoca no, ma adesso qualcuno comincia a telefonare: Cinesi o loro intermediari. Che cosa significa? Tentano di venire a lavorare, qua ma hanno ancora un target di prezzo e un prodotto per i quali noi non possiamo esser loro utili»

Martinelli: «Anche da me è venuto un cliente cinese accompagnato da un Italiano e mi ha chiesto: a noi servirebbe che tutti i mesi ci mandaste 20 o 25 campioni, perché noi vorremmo proprio quel prodotto lì»

Iacovone: «Certo, i clienti esteri vogliono la qualità italiana e vengono a Carpi a cercare la finitura, la bella maglia, il bel punto, la grafica, il ricamo. Mi chiedo allora perché i clienti italiani, e ci metto anche i carpigiani, piccoli o grandi, griffe e brand, invece che tutelare il nostro distretto sono andati a lavorare a Prato o in Puglia…» 

Pasquetto: «…o in Albania o in Romania. Perché?»

Iacovone: «Io ho una mia idea: il cliente finale che serviamo su Carpi è uno che vuole il soldo subito, veloce e in tasca sua. E gli altri si arrangino. Non investe, non crede nella nostra crescita e non tutela il nostro distretto. Mi riferisco ai brand e alle griffe che ci sono a Carpi e nelle zone limitrofe E comunque agli Italiani. Dall’estero vengono a cercarci e noi che siamo in casa, invece che tutelarci andate a far le cose fuori?  È una scelta miope»

Andreani: «Anche gli stranieri però guardano molto ai prezzi…» 

Martinelli: «Dipende dal tipo di prodotto. Ci sono clienti che discutono magari sull’euro, ma non chiedono mai di abbassare la qualità per avere più margini»

I Cinesi, Prato e Carpi

Daviddi: «La differenza sta tutta nel fatto che là hanno modellato una città intera: i pratesi si sono molto arricchiti, negli anni, e hanno ceduto le loro fabbriche»

Martinelli: «Qui sono venuti e hanno imparato un mestiere, ma non avevano spazio per acquistare laboratori e capannoni e fare comunità. A Prato hanno trovato tutto un indotto dove la gente ha venduto e loro hanno potuto allargarsi: alle 8 di sera là si vede quel che era Carpi trent’anni fa. E ci giudicano anche stupidi, perché consentiamo pagamenti lunghi mentre loro li pretendono subito. Muovono tutto in base ai quattrini: è la loro mentalità»

Andreani: «E il prodotto di Prato è consono alla loro indole…»

Martinelli: «…mentre qua hanno trovato una struttura formata»

Pasquetto: «Non sono imprenditori di cuore: noi, invece, alle nostre aziende siamo affezionati, ci teniamo molto di più»

Andreani: «Il cuore gli manca, perché qua non hanno radici

Il cuore dei Carpigiani

Gibertoni: «Ma questa cosa del cuore, non è in contraddizione con quello che diceva prima Iacovone, e cioè che sono proprio i Carpigiani a volere il soldo subito e in tasca loro?»

Iacovone: «Il cliente è così: il cuore ce lo mettiamo noi, altrimenti avremmo già chiuso»

Martinelli: «E dà un certo fastidio vedere che alcuni di loro sono considerati sui giornali dei benefattori della città»

Iacovone: «Vorrei aggiungere una cosa. Io mi sono trovata a prendere in mano l’azienda di famiglia che è un’azienda di subfornitura. In questi ultimi due anni, però, ho avuto la fortuna di conoscere Cristina, una stilista. E proprio per tappare i buchi che si sono creati per la defezione dei clienti, ho deciso di produrre questa stilista e la commercializzo, per avere il contatto con il ciclo del lavoro dall’inizio alla fine: compro il tessuto, faccio il modello e lo vado a vendere al negozio in modo da conoscere tutta la cronistoria di quel che fanno i nostri clienti. Se non lo fai, davvero non capisci il giochino. Questo per dire che: primo, non ci si può mai fermare e si deve continuare a rinnovarsi; secondo, che occorre investire. È un rischio, ma è l’unica cosa che ti fa sopravvivere al venir meno della committenza storica, consentendoti di lavorare e di tenerti strette le nostre sarte e magliaie e modelliste. Se non si capisce questa cosa, fra dieci anni queste figure non ci saranno più e con loro il nostro distretto».

Nelle foto, Giuseppe Landi, Maurizio Andreani, Angela Martinelli, Simonetta Pasquetto, Graziano Daviddi e Rosy Iacovone

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