Frammenti pasquali

Frammenti pasquali

Buona Pasqua. Ve lo canto anche con quella canzoncina che lo augura alla signora e al bebè e alla fine fa la rima con: buona Pasqua pure a te. Che cosa mi rimane del pensiero della Pasqua sono immagini. Prima immagine i pulcini. Pulcini  di sintetico giallo con zampette malferme da mettere in giro o che escono da antichi ovetti non ancora Kinder ma già di cioccolato e confetto. O, meglio ancora, gli agnellini da mangiare, ma non quelli veri che ti guardano da facebook e che ti chiedono: ma tu mi mangerai? Erano gli agnellini di zucchero e meringa che stavano in vetrina alla pasticceria delle Tre Ochine in via Berengario dove oggi vendono bellissime mutande e reggipetti. Stavano sdraiati sopra un biscotto scuro, si riconoscevano per le orecchie a punta e per un ciuffetto d’erba in bocca non commestibile avevano occhi stralunati ed eccessivi e facevano, anche loro, un certo effetto a mangiarli. 

La Pasqua si identifica anche con i fiori di pesco, sia quelli veri che quelli selvatici. Fioriva nel giardino vecchio un cespuglio grande, in verità si trattava di un melo giapponese selvatico. Anche veri fiori di pesco entravano in casa visto che la zia Nella era la decoratrice d’interni più economica e costante. Però, i fiori di albero da frutto sono i primi, ma anche quelli più instabili e caduchi, neve di petali bianchi e rosa sul pavimento rosso che la Zoe aveva lavato col petrolio per fare diventare lucido l’antico gres. 

Ancora, la Pasqua, mi fa venire in mente il tailleur nuovo che mia mamma mi aveva fatto per l’occasione, per la primavera. Lanetta del Magazzeno comunale comperata a metro, quadretti anche c’era da scegliere la dimensione e il colore, naturalmente pastello. In verità la primavera non era mai abbastanza svelta ad arrivare giusta per quel vestito gonna e giacca che adesso non costuma più per la sua completezza. Oggi, solo cose spaiate, anche strappate e mal finite che mi piacerebbe sapere che cosa ne penserebbe la Marta e i suoi tanti sopraggitti fatti a mano. Così, oggi, sono sicura che è meglio tenersi un piumino, almeno di quelli leggeri e ricordare solo come una immagine lontana quel brivido di freddo all’angolo della piazza, giusto per attraversare là dove c’era Anceschi e andare a Messa e poi a prendere un aperitivo alla Romana. Anche senza buffet che, quello, ancora non era inventato e mia madre doveva ordinare a Gianni il cameriere una tartina di salmone o una di caviale. Ci furono anche Pasque ischitane, con tanto freddo negli ambienti, le lenzuola umide, le stufette a balla, il grano sbiancato dal buio nelle chiese, le processioni delle statue barocche, l’emozione della pastiera ricevuta in dono e, in lontananza, il mare scuro. Ci fu anche una Pasqua in giro per eremi che la zia Claudia frequentava, veri anticipatori di siti Fai o di agriturismi da Melaverde. Anche lì freddo, letti piccoli, buone bruschette e galletti alla brace che, la tavola, aggiusta tutte le situazioni e magnifica tutti gli auguri. Natale con i tuoi e Pasqua con chi vuoi, che la voglia di qualcosa la Pasqua è speciale per istigarla anche se qualcuno  tira indietro per comodità e per principio. Così, questa volta, vi auguro quello che volete e quello che potete, ma al massimo.

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