Giulietta Milletrecento Cc

Giulietta Milletrecento Cc

Ci sono, nei canali più nascosti della televisione, dei programmi che si occupano di macchine da rimettere a posto: loro sono incredibilmente bravi, smontano, mettono a posto, lucidano, rendono di nuovo fruibile vecchie auto piene di fascino. Non tengono conto delle ore impiegate e viene voglia di comperarne una, ma è tutto uno spettacolo e noi non ci possiamo entrare. Ci sono macchine che, però, vorremmo eterne oppure anche resuscitate, o le rimpiangiamo come pezzi della nostra epoca. Così ieri lui è saltato su davanti alla tv dicendo: è lei, è lei è la mia Giulietta. La sua Giulietta era nera e milletrecento, diversamente da quella che aveva, invece, la presa d’aria sul cofano e quindi era milleseicento. 

Quella con la quale siamo andati in viaggio  di nozze, sulle nevi di Cervinia, e poi sui castelli della Loira. E molte altre volte eravamo andati in giro con quella che aveva comperato usata da un suo amico più ricco. A salirci si andava giù per terra, il volante era sottile come costumava allora, il riscaldamento non funzionava affatto bene e poi la pioggia veniva dentro dalle gomme di sigillatura dei finestrini e dagli strappetti sulla capotte. Anche io l’avevo usata prima di possedere una vettura mia quando andai per la prima volta a insegnare nel mantovano. Prendevo il treno fino in città, poi, là, prendevo la Giulietta Alfa Romeo parcheggiata nel garage della stazione per proseguire per Gazoldo degli Ippoliti. Per fortuna la fola durò poco che, poi, mi concessero una bella cattedra a Suzzara che, quella, si raggiungeva in treno e poi in bicicletta. Guidare la Giulietta poteva essere una emozione, a quei tempi, ma anche un incubo perché era difficile arrivare ai pedali, anche col mio bel cuscino sotto il sedere e tutto il quello in avanti. Così avevo il volante attaccato alla pancia e ci vedevo solo attraverso i raggi. Non mi sentivo affatto sicura, anzi, avevo la sensazione che la macchina andasse dove voleva lei e non io. Tutto sommato era molto meglio la Cinquecento, quella vecchia, quella che se la vedi ti chiedi come mai abbiamo potuto starci dentro, e come che ci stavamo e pure si andava ovunque. Compreso il giro della piazza che quelle macchine lì sapevano e potevano farlo tutte e due. E la doppietta? Si imparava se volevi andare, come un passo di danza ad ascoltare il rumore del motore. E anche l’aria da tirare e la levetta che faceva cantare il motorino d’avviamento. Quella che aveva lui quando mi ha conosciuta era verdina azzurrina, anche quella comperata da un suo amico che la voleva cambiare per qualcosa di più nobile. Morì in un viaggio fatto troppo in fretta sulla strada per Ischia a venirmi a trovare. E poi ci fu la mia, la mia prima macchina fu una Cinquecento color mattone. Brutto colore, ma, allora, mi prendevano quello che trovavano, compresa una Innocenti color pisello incredibile, che, si vede, nessuno aveva voluto. Poi, quando potei pagarmi la macchina scelsi anche il colore e il diesel per andare tranquilla nonostante dicessero che, per esser conveniente, bisognava macinare chilometri da camionista. Adesso pure spero che la mia macchina mi duri tanto ancora che, come lei, mai ne ho trovato una così docile nelle inversioni, così capiente nel carico, così panoramica nella vista. 

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