Il ritratto del nonno

Il ritratto del nonno

Non so perché, forse per la voglia di protezione, per una voglia di trovare santi in paradiso o di squassare le radici per sentirle più attaccate: fatto sta che mi viene in mente mio nonno. Alberto non me lo ricordo che per qualche immagine come per immagini possiamo, solo, ricostruire la parte più antica della nostra vita. Scatti in bianco e nero eppure i colori c’erano. C’era la luce del giardino e la seggiola di vimini nel sentiero vecchio della casa che lui aveva costruita. 

E mi chiama con un soprannome che neanche mi ricordo quale fosse. Forse Cavatappi? Così mi chiamava qualcuno per via dei riccioli biondi. E mi allunga qualcosa, forse una caramella. Il nonno dolce che aveva saputo amare la nonna e anche qualche cameriera di quei tempi. E le violette le aveva regalate solo alla nonna o aveva lusingato qualcun’altra? Se si guardano bene i vecchi passati si scoprono cose che un tempo erano normali e ora scandalose. Non la cameriera, o almeno non solo quella. Ad esempio i fucili, la caccia, le prede raggruppate al fianco con i lacci, i cani da riporto belli e coccolati, ma anche le quaglie allevate nello sgabuzzino su in solaio. Peccati di lesa natura che oggi non sarebbero accettabili, peccati di un tempo che aveva troppa natura a disposizione e ne usava in modo primitivo. 

Il nonno lavorava in officina, là dove l’odore di ferro del tornio assaliva le narici e anche la forgia spargeva scintille. Il nonno se ne intendeva di pompe per l’irrigazione, di motori, di sbuffi, di ruote. Ai tempi della fiera di Modena tiravano fuori un  gabbiotto di legno. Anzi, una vera casetta verniciata di verde. Serviva per lo stand in cui, alla fiera per esporre i motori Slanzi,  qualcuno avrebbe dormito per sorvegliare la notte. Come la trasportassero non so, forse era già il tempo della macchina furgonata che venne dopo la Balilla e dopo la Topolino. Le portava anche in montagna le donne della famiglia. Dopo che dalla guerra avevano trovato rifugio alla Santona e dopo che, qualche passione, aveva fatto conoscere a tutti le Dolomiti. 

Ogni tanto, quando mi sento il bisogno, recito una preghiera dei morti e cerco di metter in fila tutte le facce di loro che non ci sono più. Poco, però, frequento il cimitero, perché mi hanno insegnato che loro non sono lì, ma nel nostro cuore. Ho fatto il possibile, ma non ho fatto abbastanza, per loro, per la loro memoria e per la mia, troppo poco siamo stati insieme. Alberto era piccolo e buono come la nonna buona; quell’altro nonno, invece, pendeva solo da un ritratto, una foto in bianco e nero che stava sulla parete della camera da pranzo e che mia mamma non poteva vedere. Che lei avrebbe voluto tutto un arredamento più moderno, di mobili comperati di fresco e non quelli che erano dei primi del Novecento, ma la nonna, quell’altra, guai. Guardava da quella foto coi baffi, la cravatta stretta e l’occhiata di traverso, severa anche la sua a rimproverarmi che il suo nome io lo porto e devo onorarlo.

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