Letti di vita

Letti di vita

Mi è capitato di pensare ai letti in cui ho dormito. Non solo durante le vacanze che ti costringono a cambiare giaciglio, e non a cose peccaminose. Solo alle vicissitudini ordinarie. Certo non ricordo la culla o il lettino di legno a bacchette che è servito poi a mio fratello. Il primo letto che ricordo fu quella brandina nella stanza a fianco dei genitori, da quella una sola volta sentii che si scoccavano un bacio. Poi fu la volta del letto in fondo ai piedi. Nel lettone ci dormivano la nonna e la zia Irene. Era la stanza degli anni Cinquanta, gelo alle finestre, prete a letto, stufa accesa qualche volta Anche pipì nel vasino per comodità poi, che, quella volta, il bagno era solo in fondo al corridoio. Coperte pesanti, strapuntino di lana pressata a tenere bassi i piedi. Liscio della pediera lucida che qualche volta carezzavo. 

Di quella stanza avevo diritto a un piccolo spazio nell’armadio piccolo dopo gli abiti delle altre donne e mucchi di vestiti si ammonticchiavano sulle sedie prima di trovare posto. O solo per pigrizia e disordine. Un letto vero lo ottenni quando l’altra nonna morì e prendere il suo posto sul suo materasso solo sbattuto un poco all’aria non fu così allegro. E anche il comodino che, quelli di una volta, non riuscivano mai ad abbandonare completamente residui, oggettini, pezzetti di vite passate come medagliette, mozziconi di candela, santini, rosari ammaccati, briciole di vita.  Quando mi sposai avevo sì conquistato una stanza arredata a mio gusto, ma sempre in coabitazione. E così penso anche ai letti del collegio, camerata grande, sorvegliata, e poi più piccola, ma sempre in comunità. La prima volta che ebbi una porta da chiudere tutta mia, per scelta e per lusso furono sospiri di soddisfazione. Vuoi mettere allungarti di qua e di là, spegnere e accendere, potevi anche cantare senza che tua nonna ti dicesse che… chi canta a letto è un matto perfetto. 

Ora le sensazioni di una entrata sotto le lenzuola sono ascrivibili a pura goduria. Il fresco di pulito e stirato quando hai cambiato. Il nido caldino se hai messo il prete a letto o la borsa dell’acqua calda o, anche, il cuscino di noccioli di ciliegio scaldato al microonde. Ci sono anche le sensazioni, sempre tattili ma più epidermiche. Si sente la consistenza delle lenzuola. Mi piacciono due estremi o la finezza del lino di fiandra che ho incontrato in pochi hotel di lusso, oppure il ruvido della tela antica con la scivolosità della canapa e la caduta resistente della piega. Quella che deve rimanere immacolata. Quando i vecchi ricevevano il dottore e le lenzuola non erano perfette, c’erano i copri piega ricamati e ingannevoli. Il profumo, poi, è quello che concilia il sonno e mi fa pensare a mia nonna e alla Rosa che giù in lavanderia lottavano con serpenti di tela bolliti e strizzati nella cenere per asciugare al sole. Poi c’è la consistenza del materasso. I suoi grumi di lana rifatta o il rigido delle molle moderne per finire al molle che prende la tua impronta. Difficile scegliere la rigidità giusta. Certo le disfatte reti che c’erano a Ischia non contenevano nessuna mossa e facevano dondolare fino alla paura di cadere giù. Però non è affatto detto che nei letti peggiori non si possano fare i sogni più belli.

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