Ritrovarsi su facebook

Ritrovarsi su facebook

Questa volta è successo. Molto tempo fa avevo cercato di trovare su facebook una mia amica dei tempi del collegio. Nessuna risposta per parecchi mesi, quando, due giorni fa, all’improvviso eccola che mi risponde. Sì, sono io, mi ricordo di te ai tempi delle Orsoline di Modena. Poi non sono riuscita a contattarla con quelle diavolerie troppo avanzate tipo skype e neanche avevo il suo telefono così la cosa è rimasta a metà strada. Abito a Milano, dice, da quando mi sono sposata e non vengo facilmente a Carpi, così le scrivo questa lettera immaginaria. 

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Cara I…

Sono troppi anni che non ci si vede e quasi fa impressione potersi riguardare dopo più di cinquant’anni, oppure fa paura. Paura di confrontare le facce diventate diverse. Forse non sono bene questi tuffi indietro, eppure attraggono. Spero non sia un sorta di curiosità che potrebbe non essere legittima, spero che, almeno, riguardi solo la nostra voglia di conoscerci meglio e di vederci con gli occhi di altri che non siano troppo severi. Spero. Comincio con le foto scattate nella memoria. I nostri grembiuli. Ti ricordi? Ce n’erano di due tipi, quello nero per andare a scuola, quello fantasia per stare in casa, nei saloni del palazzo di via Ganaceto, in cortile, in giardino. Infatti non era lecito stare con i vestiti di tutti i giorni, quelli che si potevano indossare per uscire, per andare a casa i giorni di festa, potevano essere sconvenienti come quelli della Mi… che poi uscì incinta. O troppo appariscenti o chissà che cosa. Coprirsi o nascondersi con una divisa chissà a quale principio rispondeva nella mente delle suore educatrici. Ti ricordi la lunga fila delle scrivanie i libri dentro i cassetti, le ore organizzate, l’obbligo dello studio facilitato dal fatto che non si poteva fare diverso? Eppure c’era anche quell’intervallo col giradischi e i dischi di vinile. I rock ballati tra noi sole femmine e  la grande abilità raggiunta in piroette e prese che si sembrava veramente altrove. Ti ricordi la finestra bassa dell’ultimo piano dalla quale si sperava di vedere lo studente greco di Veterinaria che stava nella soffitta di fronte?  E i pranzi al tavolo di madre Emanuela, la nobile veneziana nostra custode che ci insegnò a sbucciare la pera col coltello, a tenere i gomiti serrati, a fumare la prima sigaretta intanto che il suo fiato sapeva di un cicchetto bevuto di nascosto? Ti ricordi i lunghi minuti passati fianco a fianco durante le ore dei compiti in classe? Per me ce n’erano di felici e altri meno. Una passeggiata, anche se lunga e faticosa era il tema di Italiano: “Tagliavini, peccato gli errori d’ortografia e i periodi troppo contorti!”. Facile era anche Matematica ma non così Latino e Francese. Ti ricordi delle merende, veri attentati alla linea di adolescenti che nel cibo trovavano soddisfazione all’isolamento e alla limitazione? Le pizzette smangiucchiate nascondendosi sotto la ribalta nera del banco, i cioccolatini scartati nei momenti più opportuni, quello che ci siamo divise, quello che non ci siamo più dette. Quello che finisce, e allora pareva non potesse essere. Carissima, forse non serve a nulla confrontarsi ora, anche se hai detto che avresti “curiosità” di vedermi. Ma ci sono cose che non ci sono più: i miei lunghi capelli e il mio chignon, le mie forcine e chissà della tua treccia di capelli neri e robusti e i piccoli ricci che ne venivano fuori. No, non tutto quello che viene dal passato si riesce a trattenere, ma in un angolo della mente sì.

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