Un uovo alla coque

Un uovo alla coque

Mio padre mi raccontava. Di quando, una volta, gli inverni erano freddi e pieni di neve e, forse per la mancanza di un riscaldamento diffuso, il ghiaccio la faceva da padrone, anche perché nessuno lo scacciava dalle strade, il ghiaccio, con sali sparsi e spazzaneve meccanizzati. Mio padre mi raccontava che, quando era ragazzo, in piazzetta, d’inverno, si formava uno strato di neve pressata e, dopo che il mercato della verdura era stato smontato, loro, giovani, si divertivano a fare slingate da stare in piedi come in un gioco che adesso si fa sulle spiagge. Lui mi raccontava e io, adesso, quando esco dal Bar 39 dopo aver fatto la colazione, delizia della giornata, guardo per terra quasi a vedere le stesse pietre, ma non sono le stesse pietre, gli stessi colori, ma non sono gli stessi colori. Forse gli stessi volumi o gli stessi occhi di portico che, le stesse botteghe non ci sono più, nessuna, e neanche le insegne, ma solo qualche ricordo. 

Mi raccontava anche del loro – del suo, di suo fratello e di altri della compagnia – essere stati ginnasti della Società sportiva la Patria, delle loro tute bianche e attillate, degli attrezzi il cavallo, le parallele, gli anelli e le specialità di ciascuno nella figura che veniva meglio. E anche dei brutti scherzi che si facevano a vicenda, neanche che da potersi raccontare. E io, se salgo per lo scalone del palazzo Pio penso a quello spazio in cima e alle storie che ne sono seguite. 

Mia nonna mi raccontava. Che aveva tre figlie da sfamare e pochi soldi che erano nate proprio prima che scoppiasse la prima guerra e il nonno non so che cosa facesse, ma si vede che i tempi buoni erano già passati e con loro i gioielli e i cappellini del loro nobile matrimonio. E lei raccontava che le figlie le metteva in fila sedute sul tavolo della cucina, non so quale cucina, e, cotto un ovetto alla coque, di non so quale gallina, ci inzuppava dentro pezzetti di pane, briciole di nutrimento e le distribuiva una a te e una a te, naturalmente con lo stesso cucchiaino. Per quello le tre sorelle, nutrite di ovetti condivisi avevano condiviso tutto, spesso mescolando averi, lavori e abitazioni, vacanze, famiglie, gioie e dolori senza troppo dire. Ora io, se mi faccio un ovetto alla coque per colazione quando sono in vacanza, lo apro con molta cura e forse lo posso aprire con uno strano strumento fatto per tagliargli la testa e potrebbe, quello, essere lo stesso che usava il nonno che, di certo, la nonna lo apriva col metodo tradizionale a colpetti in cima e scagliette di guscio rimosse. Così, per me, pezzetti di pane nel rosso d’uovo sono un poco come bocconi consacrati, religiosamente ascoltati. 

Mia zia mi raccontava. Che il nonno ai tempi della fortuna, aveva una fonderia. Che quella fonderia aveva fuso le grondaie che il palazzo della Cassa di Risparmio volge a sud su corso Berengario. Così io, quando passo di lì, le guardo e ci poso una mano sopra e sento quanto sono solide e forse in ghisa e non in latta come quelle che i calci dei vandali schiacciano ad ogni angolo. E cerco col dito la scritta in rilievo che porta le loro iniziali AGOS che erano anche il nome della ditta. E penso che anche lui deve aver toccato lì a montarle o a contemplare il bel lavoro finito. E mi chiedo che cosa mai potrò, io, raccontare ai miei nipoti di quello che è e che potrebbe essere perché a loro qualcosa cambi nella percezione del loro presente che adesso è solo un futuro che non si sa che cosa sia.

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