Meno cristiani? Ma la fede va avvicinata alla vita reale

Meno cristiani? Ma la fede va avvicinata alla vita reale

Ultimamente riflettevo sulla diminuzione nel mondo occidentale del cattolicesimo reale e in genere del cristianesimo. Al di là delle manifestazioni oceaniche, ci si interroga se esista un fattore chiave che possa indicare un cambiamento e segnalare una strada da sperimentare per rinnovare una presenza di un cristianesimo di valore (non necessariamente quantitativo), di un cristianesimo vitale e fondato realmente sulla fede quale richiede il Vangelo impersonato in Gesù di Nazareth. Alcuni vescovi se lo sono chiesti e hanno risposto: “Senza dubbio il problema ha avuto a che vedere con il tipo di catechesi che abbiamo offerta e con la carenza di una pastorale organica”. Mi viene allora da chiedere: che cosa possiamo intendere per pastorale? La pastorale dovrebbe, per essere autentica, ispirarsi direttamente al Vangelo. Non alla lucidità astratta e formale del concetto, non alle definizioni di tipo catechistico fini a se stesse, ma a richiami di vita, a comportamenti, a sentimenti, ad atteggiamenti che partano dalla realtà concreta quotidiana, dalla vita comune, come faceva Gesù, per poi risalire progressivamente al messaggio evangelico e alle esigenze, nella piena consapevolezza dei limiti umani e anche del significato reale (non solo letterale e formale) della “Parola di Dio”. Papa Francesco ne è un esempio continuo e sistematico nella sua ordinaria predicazione. “L’aspetto teorico-dottrinale astratto non prevalga – dice Francesco – nelle scelte pastorali”. Lui non propone quindi una dottrina cattolica “cristallizzata”, staccata dal Vangelo, perché la Chiesa rinasce dove c’è il Vangelo. Si tratta di colorare progressivamente la vita di tutto il messaggio evangelico, superando quella dissociazione tra fede e vita concreta che ha caratterizzato e caratterizza tuttora troppa parte del nostro cristianesimo, come ci viene giustamente rinfacciato dai non credenti. Troppe incoerenze, troppe contraddizioni, troppi scandali personali e sociali si rivelano in chi si dichiara cristiano (cattolico). Questo modo di vivere non può essere proprio di un seguace di Gesù di Nazareth che dovrebbe essere molto di più il termine di riferimento di chi si dichiara suo imitatore, pur con tutti i limiti della condizione umana. Occorre il capovolgimento di una impostazione tradizionale, poiché l’impegno per la fede non è tanto per l’affermazione di dogmi, ma è per la vita in tutte le sue dimensioni. Si tratta dunque di una “conversione pastorale” che non sia ancora clericale, ma che sappia cogliere i semi di vita che anche la modernità può offrire, che sappia attingere anche ai migliori valori e realtà umane che hanno la stessa origine nel Dio creatore come nel dio redentore, che ha nel Gesù di Nazareth (il Cristo) la massima espressione. Quella che fa del cristianesimo una straordinaria forza di umanizzazione se vissuta nella sua autenticità.

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