Che ore sono?

Che ore sono?

Una delle caratteristiche più bizzarre del contemporaneo sistema dell’informazione è la capacità di trasformare in notizie le banalità, o, per meglio dire, di presentare l’eterno ritorno dell’eguale come se fosse sempre un evento eccezionale. La cosa è a dir poco paradossale: nel mondo globalizzato, in teoria, non dovrebbero mancare le riserve di accadimenti notiziabili, da utilizzare in emergenza, quando i fatti di casa (o giù di lì) languono. Un gattino incapace di scendere dall’albero, e soccorso dai pompieri, in qualche sperduto angolo del mondo ci sarà sempre.

Eppure è come se la nostra capacità di consumare informazione fosse superiore alla disponibilità offerta ogni giorno dal palcoscenico chiamato “mondo”. Motivo per cui broadcaster e testate informative devono comunque industriarsi per trovare l’ennesimo spunto e contenuto utile a saziare un pubblico sempre più vasto e soprattutto affamato di news ventiquattro ore al giorno e sette giorni alla settimana.

La soluzione alla carenza produttiva di fatti è stata trovata, è proprio il caso di dirlo, dietro l’angolo. È bastato, se così si può dire, rendere appunto eccezionale ciò che prima veniva percepito, anzi, non percepito, come ordinario. È questo che spiega, innanzitutto, la metamorfosi delle previsioni del tempo e delle informazioni sul traffico in rappresentazioni da teatro elisabettiano, in cui scorre sangue a fiotti e l’adrenalina circola in dosi massicce sul pubblico. Io, per dirne una, da quando sono nato, ho sempre sentito (e qualche volta sperimentato) che sul famigerato Grande raccordo anulare di Roma, in particolare nelle ore di punta, il traffico è intasato. E’ un dato naturale, come il volo degli uccelli e il ciclo giorno-notte, e tuttavia da alcuni anni a questa parte le cronache, soprattutto radiofoniche, dal Gra sono diventate veri e propri esercizi di epica post-omerica. 

Prendiamo poi il meteo, e in generale la comunicazione applicata alle condizioni del tempo. Adesso ci sembra ovvio, ma chiamare con nomi specifici – e spesso orrorifici – le singole ondate di calura, o i picchi di gelo (presto arriveremo all’onomastica dei temporali e dei venticelli), non è, diciamo, propriamente normale. Come non sarebbe esattamente da apertura del notiziario Bbc la raccomandazione, spesso articolata e argomentata da speaker e articolisti, che se c’è molto caldo bisogna bere parecchia acqua (ma dai?) e se c’è molto freddo è opportuno coprirsi con abiti di lana (sicuro?).

Negli ultimi giorni la trasfigurazione mediatica dell’ovvio ha toccato il tema – divenuto politicamente spinoso ed eticamente sensibile – dell’ora legale. L’innocente pratica (innocente, si intende, fino a quando non ha cominciato a fare notizia) in ragione della quale una comunità nazionale, nel pieno delle sue facoltà, decide di spostare in avanti le lancette dell’orologio, contestualmente, di sessanta minuti, in modo da beneficiare di migliori condizioni di luce per le attività lavorative e ricreative. 

Anche qui non mi vorrei sbagliare, ma direi che fino a epoche non remote il discorso più articolato che mi era capitato di sentire in relazione all’appuntamento di marzo con l’avanzamento dei cronografi era stato “Porca vacca, stanotte si dorme un’ora di meno”, tutt’al più arricchito da varianti idiomatiche o irreligiose che non è il caso di riportare. Quest’anno, a seguire i lanci di agenzia, gli hashtag, le breaking news, e quant’altro, sul cambio d’ora c’è stato da farsi venire la tachicardia.

Abbiamo scoperto (almeno io ho imparato), nell’ordine, che: gli Italiani di solito non recuperano l’ora alzandosi più tardi, ma la perdono, in parte o del tutto; che questo non è benefico per il fisico, che andrebbe abituato a un riposo regolare e rispettoso dei ritmi circadiani (sono i vecchi “è ora di andare a letto” ed “è ora di alzarsi” della tradizione popolare, ingenua ma non stupida); e che, a causa della combinazione di questi due fattori, il giorno successivo all’accelerazione notturna delle lancette in Italia – come in tutti i paesi crono-legalitari – ne succedono di tutti i colori. Aumentano gli incidenti automobilistici, si innalza la curva dei reati da microcriminalità, dilagano le risse, senza considerare che – secondo studi affidabili – vi sono incidenze acclarate sulla morbilità delle persone e addirittura sulla mortalità da malattie del metabolismo.

Non si capisce, a questo punto, di converso, come abbia fatto la peste nera a dilagare per l’Europa in epoca pre-ora legale. Ed è parimenti difficile, su queste basi, fornire una motivazione plausibile all’esplosione di irrazionalità, che so, della Rivoluzione francese. La quale, confermano gli storici, è iniziata a debita distanza dall’equinozio di Primavera e comunque molti anni prima della introduzione dell’ora legale. 

In Francia, negli anni di Robespierre, c’è stata invece la riforma del calendario. Pare però che dal punto di vista psicofisico ai Francesi, con la riconfigurazione dei mesi in vigore dall’ottobre 1793, non sia accaduto nulla. Non c’era la televisione, e non c’era internet. I giornali, quelli sì, c’erano. Ma evidentemente parlavano d’altro.

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