Frecce spuntate

Frecce spuntate

L'Italia è un paese automobilistico, non lo scopro io. La Motorizzazione civile è un’istituzione temuta e rispettata molto più di un qualsiasi ministero. Per i nostri adolescenti il vero rito di accesso alla maturità non è il conseguimento di un titolo di studio superiore (diffusamente ritenuto inutile, perché tanto “servono le conoscenze”), ma l’ottenimento della patente di guida (che in effetti consente di andarsi a cercare un lavoro comodamente, non in bici o a piedi). Ogni famiglia ha regolarmente due macchine, a meno che non ci siano neo-maggiorenni che reclamano, ciascuno, il proprio involucro a quattroruote, perché a quel punto il numero di berline e utilitarie per nucleo parentale si innalza; non a caso un commentatore, tempo fa, proponeva, per l’Italia, non di calcolare il numero di auto per abitanti (un dato valido e significativo per le realtà del Nord-Europa, notoriamente più propense all’uso di mezzi pubblici), ma, viceversa, il numero di abitanti per auto, più sintomatico della situazione e rivelativo dei reali rapporti di forza tra mezzi e conducenti. Non è inessenziale, infine, che, nel nostro paese, ogni capo di governo intenzionato a lasciare un segno in funzione dei posteri concentri la sua attenzione o sul ponte sullo Stretto di Messina o sulla Salerno-Reggio Calabria, perché si presuppone – un po’ come faceva Napoleone III a metà dell’Ottocento, quando voleva spianare Parigi – che strade lunghe e larghe siano sinonimo di modernità, prosperità e pace sociale.

Insomma, se si vuol capire la penisola – i suoi umori, i suoi sogni, le sue contraddizioni – più che in un’aula della Sapienza o in una redazione giornalistica è opportuno farsi un bel giro sulla variante di Mestre o lungo la A14. A questa conclusione era già arrivato, fra gli altri, Giorgio Bocca negli anni Sessanta. Per questo io, un po’ per curiosità, un po’ per esigenze di sopravvivenza, sto molto attento a quello che fanno i miei connazionali al volante. Prima di tutto perché guidare è diventata un’attività ormai accessoria per gli occupanti degli abitacoli: in auto – piccola galleria empirica, desunta da casi osservati in una qualsiasi mattinata di tangenziale a Carpi – si mangia, ci si trucca, si telefona (of course), si sleggiucchia il giornale, e così via. Ma soprattutto perché gli stili di conduzione del mezzo sono sintomatici di cambiamenti, ora superficiali, ora profondi, dello spirito del tempo.

Non ci vuole un intelletto geniale per capire, ad esempio, che la grande passione nazionale per le rotonde (quelle necessarie, ma soprattutto quelle inutili, costruite nei deserti delle remotissime periferie urbane) ha incarnato, due-tre lustri orsono, una generale vocazione del paese, nei suoi decisori politici e nelle cittadinanze, a diluire, in ogni ambito della vita sociale, le responsabilità. Una volta, come noto, si aveva o si dava la precedenza, nel contesto di un codice stradale e comportamentale netto, non interpretabile. Nell’Italia dei ricorsi al Tar, degli appelli infiniti, dei carnefici che diventano vittime e viceversa, meglio, molto meglio la rotonda, con la sua complessa ermeneutica, con le eccezioni in punta di diritto, con le sue casistiche infinite e impermeabili a qualsiasi regolamentazione. Tanto che l’osservazione, dall’alto o dall’esterno, oggi, di una qualsiasi rotatoria equivale alla visione di uno spettacolo sofistico nel quale il torto e le ragioni si mescolano vertiginosamente e a dominare è il caro, vecchio, clacson, con il quale ciascun partecipante alla roulette russa reclama il diritto di parola e di critica.

Ma il fenomeno più interessante degli ultimi anni, in materia di antropologie automobilistiche, è sicuramente la liquidazione funzionale di uno strumento che le case produttrici, ostinate, continuano comunque a piazzare nelle dotazioni di base. Sto parlando delle frecce, altrimenti definite “indicatori di direzione” che, almeno stando ai ricordi più che ventennali della mia scuola-guida, erano un tempo al centro della deontologia del conducente. Proprio a causa delle frecce credo di aver superato numerosi primati locali e, forse, nazionali per numero di guide preparatorie al famigerato esame. L’istruttore, ligio al dovere, mi intimava di usarle in corrispondenza di ogni movimento non lineare del mezzo; io, ribelle al punto giusto, non capivo perché, nel parcheggiare, dovessi accompagnare le geometrie già complicate del posteggio (“posizionarsi in parallelo alla macchina antistante, innestare la retromarcia, girare il volante fino a determinare uno scostamento di trenta gradi circa rispetto all’asse di guida”, eccetera eccetera) con una sarabanda di bagliori e luccichii, fra l’altro non sempre sincronizzati con quello che stavo facendo (le prime volte, per non sbagliarmi, e con la solita grossolanità maschile, mettevo le quattro frecce, e buonanotte ai suonatori).

Ora, con l’andazzo che c’è, quando uno mette fuori la freccia per informarti che sta per svoltare o cambiare di corsia, o fermarsi al bar, o andare dalla morosa, beh, ti verrebbe voglia di scendere e abbracciarlo, tanto raro è l’evento e tanto anomalo è lo scrupolo che si è preso. Anzi, diciamo la verità, appena partono le lucine intermittenti la prima cosa che si fa è scrutare nell’abitacolo di chi ci precede, per vedere se c’è un anziano in difficoltà o una mamma in gravidanza, perché in media l’automobilista in modalità standard se ne straimpipa di facilitare la vita altrui usando gli indicatori. 

Magari il malcostume è semplicemente determinato dalla proliferazione di comandi sul cruscotto-tipo, e dalla fisiologica impossibilità, per qualsiasi ominide, di controllarli tutti e impiegarli adeguatamente. A me, però, viene il sospetto che c’entri molto la cultura anarco-individualista dominante nei tempi recenti, quella che dice “io sono così, e se non vi  piaccio peggio per voi”, ovvero, nelle versioni più gagliarde e mutuate dal Marchese del Grillo, “Ah... me dispiace. Ma io so’ io... e voi non siete un cazzo!”. In attesa di analisi di dettaglio e riscontri statistico-sperimentali, c’è di certo che il malcostume dei no-frecce aumenta il numero dei sinistri ovvero il fatturato delle carrozzerie, e con quest’ultimo il Prodotto interno lordo, cioè la felicità di tutti noi, comprese, alla fine, anche le vittime delle mancate indicazioni di direzione. Avanti così, allora, almeno fino alla prossima svolta...

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