Un calcio al football

Un calcio al football

Da alcune settimane ho aggiunto alle varie, strambe, manie da cui sono affetto una nuova, eccentrica, passione. La domenica sera, sul tardi, o il lunedì, in registrazione, guardo le partite del campionato di calcio americano. Il calcio, quello con le porte, il fuorigioco e i due tempi da quarantacinque minuti, intendo. Che, notoriamente, sta alla storia e alla tradizione statunitense come, che so, il lancio del giavellotto si attaglia alla cultura italiana. C’è qualcuno che lo pratica, ma come minimo viene giudicato strano.

Guardo queste partite, dicevo, fra squadre dai nomi improbabili, che giocano a Orlando piuttosto che a Seattle, a Boston o a Montreal (e già questo ci dice quanto il torneo sia blandamente statunitense), e mi diverto come un ragazzino, con la bocca aperta per le peripezie che accadono in campo, e i pop-corn che, neanche fossi in platea di un cinema 3D, vengono lanciati dalla mano destra, per lo più a grappoli, nella cavità orale spalancata per lo stupore. Sono match per lo più incredibili, questi a stelle e strisce, con emozioni a raffica, partenze sprintate, finali rocamboleschi, e punteggi non di rado confondibili con quelli dell’hockey. 

Gli atleti che si confrontano sul terreno di gioco sembrano usciti da sceneggiature cinematografiche. Ci sono, come noto, e come da tradizione del soccer statunitense, vecchie glorie sul viale del tramonto, strapagate e grondanti dollari dalle tasche dei pantaloncini. E poi giocatori di buon livello incompresi nei rispettivi paesi di provenienza e qui, molto spesso, assurti, in nome della resurrezione umana e sportiva, al ruolo di veri e propri fenomeni (è il caso dello ex juventino Sebastian Giovinco, che al di là dell’Atlantico salta gli avversari come birilli, neanche si trattasse di un cartoon giapponese). Infine giovani di belle speranze, ora provenienti dagli angoli più remoti del pianeta in cerca della realizzazione del sogno americano, ora incarnazione dello spirito e della disciplina wasp (di solito, questi ragazzoni bianchi, provenienti dai college e con alle spalle passati di ibridazione sportiva – un po’ di calcio, un po’ di football americano, e un pizzico di baseball – sono i più spassosi, perché evidentemente imbarazzati dal rapporto pedestre, difficile ed esoterico, con la palla rotolante).

Quando il gioco si interrompe – di rado, perché gli atleti corrono come degli invasati e picchiano come fabbri, ma con grande spensieratezza – lo spettacolo è garantito dalle mimiche di allenatori e staff tecnici al confronto dei quali il grande Carletto Mazzone potrebbe sembrare un professore di Filologia romanza in pensione. Infine, se proprio il rettangolo di gioco non offre nulla, ci sono sempre i tifosi, che giocano a fare gli ultras con risultati, più o meno volontariamente, esilaranti (per dire, i supporter della squadra campione della scorsa stagione, il team di Portland, hanno come rituale di celebrazione delle vittorie il taglio a sega rotante, giuro, di un tronco d’albero...altro che bombe carta e insulti razzisti…).

Per chi, come me, consuma pallone europeo o, tutt’al più, sudamericano diuturnamente, spesso con masochistiche rotture di zebedei (ora a causa dell’esasperato tatticismo all’italiana, ora per il dilagante culto del possesso palla, il celebrato tiqui taca stile Barcellona, che ha sostituito Maurizio Costanzo e Marzullo nel favorire e accompagnare il sonno dei teledipendenti), ecco, per quelli come me, che si strafanno di football a tutte le ore, le pazzie tecniche e gli andamenti scriteriati delle partite del soccer americano sono una specie di nirvana nel quale dimenticare l’omologazione degli stili calcistici a livello planetario, la dilagante corruzione di giocatori, procuratori e faccendieri vari, il tramonto delle bandiere in nome dell’iperprofessionismo, eccetera, eccetera.

Per novanta minuti, quando guardo le partite americane (fra l’altro commentate da cronisti che danno un po’ l’idea di essere capitati lì, alla consolle, per caso, ma anche questo fa parte della spavalderia circense dello spettacolo), dimentico tutto, e mi godo autoreti da cineteca, retropassaggi bucati dal portiere, gol direttamente da calcio d’angolo, difese schierate su linee più larghe della spiaggia di Rimini che tentano di fare il fuorigioco, ribaltamenti di punteggi in tre minuti di recupero, espulsioni di giocatori sbagliati, e chi più ne ha più ne metta.

Faccio una previsione: fra qualche anno, anche – anzi, proprio – per il proprio fascino cubo-futurista, il soccer americano scalzerà, nel gradimento internazionale, i football – troppo tecnici, troppo tattici, troppo cerebrali – del resto del mondo. È già successo, d’altra parte, con i grandi contenitori della fabbrica del divertimento novecentesca, il cinema e la musica. Non diciamo sempre, noi patiti di pallone, che “vogliamo lo spettacolo”? Beh, da Los Angeles a New York, passando per Las Vegas, pare che di là dall’oceano non sappiano (o vogliano) far altro.

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