Dall’accumulo al decumulo

Dall’accumulo al decumulo

C'è chi ha teorizzato la decrescita felice. Non so quanto sia felice, ma certo la crescita prossima allo zero comporta alcune conseguenze. Come il passaggio da una fase di accumulazione delle ricchezze, al decumulo. Definitivamente archiviate le teorie dei classici dell’economia, relegato in soffitta il pensiero marxiano (pur critico) sull’accumulazione del capitale, viviamo in una fase nuova, mai sperimentata prima, il cui emblema sono i tassi a zero o sotto zero. Le principali banche centrali hanno fatto a gara nell’abbassare i tassi, nello svalutare le divise, nell’inondare i mercati finanziari di liquidità, nella speranza di rilanciare l’economia reale che, con tutta evidenza, resta in affanno. Metodi non convenzionali, si è detto. La cui applicazione pertanto non può che avere un esito incerto (mancano precedenti storici per un raffronto oggettivo). Pochi hanno il coraggio di ammettere che l’unica prospettiva ormai è il decumulo, ovvero che, in assenza di qualsiasi redditività dei capitali, sarà necessario attingere ai patrimoni per mantenere lo stile di vita attuale. Tra questi, il responsabile del private banking di una delle principali banche italiane che ha confidato come l’obiettivo dei servizi da lui coordinati ormai sia appunto quello di governare la fase di decumulo, rallentando il più possibile l’esaurimento dei risparmi: inutile illudere i clienti con la promessa di rendimenti che, con i tassi a zero, non possono esistere. Molto chiaro e molto onesto, non c’è che dire. Ce ne fossero, così; invece imperversano i venditori di fumo che allettano i risparmiatori con miraggi di guadagni degni delle promesse che il gatto e la volpe fecero all’ingenuo Pinocchio. Con conseguenze tragiche, come hanno dimostrato i recenti crolli di borsa. Se sono evidenti le conseguenze di questa nuova politica in materia finanziaria, minor attenzione hanno ottenuto finora i riflessi sull’economia reale e sulla società. La crisi dei ceti medi (quelli che in America latina sarebbero definiti “borghesia compradora”) va letta anche alla luce di queste scelte di politica finanziaria. Cosa succede infatti con i rendimenti a zero o negativi? Che anche chi è ricco non può, di fatto, spendere (salvo, appunto, intaccare il capitale accumulato in precedenza, il famoso decumulo di cui parlava il private banking). 

In altri termini tutti, ricchi e poveri, possiamo solo spendere i redditi da lavoro, da pensione o d’impresa, essendo sparite le rendite offerte dai risparmi accumulati in passato. Redditi peraltro stagnanti da anni e falcidiati da un fisco sempre più vorace (nonostante la propaganda governativa affermi il contrario, com’è ovvio). Si spiega così la stagnazione dei consumi che, anzi, tengono miracolosamente solo perché le famiglie, in parte, attingono ai risparmi. Risparmi peraltro in crescita poiché il clima di generale sfiducia induce chi non ha immediate esigenze di spesa ad accantonare ulteriormente in vista di future difficoltà. 

In questo contesto le banche centrali pensano di poter combattere la deflazione con la politica dei tassi a zero. Forse, invece, riuscirebbero ad alimentare un minimo di inflazione (il target della Bce è al 2 per cento) remunerando i risparmi come storicamente è sempre avvenuto, intorno al 5 per cento. Le somme incassate con le cedole potrebbero essere spese, rimettendo in moto i consumi, con conseguenti vantaggi anche per il fisco e per il Pil. Si interromperebbe così la spirale deflazionistica e quel minimo di inflazione desiderata contribuirebbe a svalutare i debiti, pubblici e privati. Non scopro l’acqua calda: in passato si è sempre fatto così, ma ora il nuovo pensiero unico, peraltro globale, ha imboccato strade diverse e ricche di incognite. 

Morale della favola: anche il ricco deve vivere da povero, salvo spendere ugualmente e impoverirsi per davvero. Insomma, i risparmiatori sono il nemico numero uno nella società globalizzata che, per ragioni misteriose, come tutti sappiamo, privilegia ben altri soggetti. Poi succede che la gente comune, disprezzata tanto dai governanti quanto da ceti intellettuali con i paraocchi, si disaffezioni dalla politica e finisca con l’astenersi o, peggio, votare per le frange estremiste e populiste. Insomma alla fine è il popolo, sconcertato dal vivere in un mondo alla rovescia, ad essere liquidato come brutto e cattivo, nessuno che rifletta seriamente sulle scelte politiche (effettuate da chi, e in nome di chi? Voi avete mai votato per Draghi, per Junker o per Renzi?) e sulle loro conseguenze pratiche.

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