Fenomenologia dei visitatori di infermi (al Carpine)

Fenomenologia dei visitatori di infermi (al Carpine)

Dopo degenze in diverse analoghe strutture, sto vivendo quella “definitiva” nella casa “Il Carpine”. Confortato, oltre che da cure ineccepibili, umane oltre che mediche, ricevo quasi ogni giorno la visita di tanti miei concittadini: parenti e amici ovviamente ma anche personaggi non immediatamente riconoscibili se non in quanto sono carpigiani o giù di lì. Compaesani ovvero, nel significato di un tempo, conviventi su uno stesso territorio, condividenti l’inizio e la fine della propria umana vicenda.

Soprattutto di fronte alla personale fine, i rapporti tra carpigiani si stringono, si fanno più profondi e più stretti i dialoghi, le confessioni…  

Lì al Carpine non è possibile sfuggire all’argomento principe: la fine della Vita, un tema che riacquista tutta la sua affascinante ma per taluni anche spaventevole attrattiva.

Uno che viene a trovarmi può pensare : 

1) per fortuna che non ci sono io al suo posto;

2) opperò potrebbe accadere anche a me domani

… tutti  sentimenti di pena che non comunicano nulla, anzi rischiano di togliere le forze anziché darne altre.

A essere sinceri fino in fondo, la visita a una persona gravemente compromessa nel fisico diventa un vero problema quando manca la sincerità e soprattutto quando guardando i mali altrui si sospira di soddisfazione, pensando alla propria salute. Il problema più fastidioso viene da chi si vuol mettere in mostra facendo il giro degli ospedali... pensando non solo di fare un’opera di bene ma, peggio, di essersi reso utile grazie alle proprie competenze di alleggerire le sofferenze altrui.

Per quanto mi riguarda, uno che mi viene a trovare dovrebbe essere una persona che mi conosce al punto da non sentirsi in dovere né di consolarmi né tanto meno di suggerirmi atteggiamenti e modi di vivere al limite del miracoloso (es. cammina molto, pensa sempre a qualcosa, prega, scrivi, leggi…). Il massimo sarebbe sentirsi dire “porta pazienza, ti verrò a trovare il più possibile”.

Io sono uno che rimarrà dentro a questa struttura chissà per quanto… Questo mi porta a cercare dentro me stesso un senso di responsabilità che ancora non ho e che non ho mai avuto che mi consenta di affrontare tutto ciò… Perché la malattia non sta nel dolore, ma sta nel fatto che tu sei malato, per tutto il tempo che stai malato potresti stare anche benissimo ma tu sei malato e soffri pertanto una netta forma di esclusione.  

A me dispiace essere escluso dal genere umano. Se mi andasse via la parola mi sentirei escluso dal genere umano anche se riuscissi a scrivere benissimo perché uno che si sente escluso è di fatto escluso. E verrà anche dagli altri nei miei confronti. E un po’ è già cominciato e l’ho anche già provato.

Mi vengono a trovare perché son qua dentro, se fossi fuori non mi verrebbero a trovare.

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