L'imprenditrice di moda di Carpi diventa simbolo nel racconto di Ivana Sica

Alla fine di questa giornata, il titolo del libro

L'imprenditrice di moda di Carpi diventa simbolo nel racconto di Ivana Sica

È una imprenditrice della moda carpigiana che di nome fa Sara Gualandini la protagonista dell’ultimo romanzo di Ivana Sica “Alla fine di questa giornata” (Mantova 2018, 170 pagine, 15 euro)

Ma non si cerchi, data l’ambientazione familiare, di individuare in lei il profilo di qualche figura realmente esistita, perché Sara Gualandini tutte le riassume e tutte le esclude.

La si potrebbe definire infatti una figura simbolica dell’intraprendenza e del carattere delle donne di Carpi: quelle che si sono fatte da sé, che hanno saputo mettere a frutto le proprie abilità manuali per costruire un’impresa di successo, partendo dal nulla, rischiando e lavorando senza sosta.

Un archetipo, dunque: al quale però l’autrice cerca di conferire attraverso la narrazione uno spessore di realtà e di vita vissuta. Sono anzi due, le vite di Sara, nata nel 1953: quella contemporanea che la vede costretta al letto dell’ospedale a seguito di un gravissimo incidente stradale; e l’altra lei, la Sara di oltre quarant’anni prima, rivissuta in continui flashback, in un fluire di ricordi che affiorano dal passato, facilitati dai farmaci prescritti per combattere le conseguenze dell’incidente.

Va da sé che è questa seconda, soprattutto, a occupare la narrazione, con lo spirito operoso e la voglia di emancipazione che la portano gradualmente a realizzare il proprio sogno.

 

Lo sfondo è Carpi, descritta come quella dei primi anni Settanta, ma che più propriamente potrebbe essere postdatata a dieci/ quindici anni prima: per dire della città fabbrica, costellata di laboratori artigiani, un tantino fatua e superficiale, animata com’era da una voglia di riscatto puntualmente rappresentata dall’ingresso fra gli habitué del bar Roma e dall’esibizione sul palcoscenico di piazza Martiri di abiti alla moda o dell’ultimo modello di auto di grossa cilindrata.

La pregnanza simbolica di Sara è accentuata dai profili dei genitori: ex partigiano il padre, Gino, riparato per qualche anno in Cecoslovacchia grazie al Pci, inseguito da un ordine di arresto per aver nascosto armi dopo la guerra; ed ex staffetta partigiana Lina, la madre. Entrambi animati da solidissimi principi morali, faranno fatica ad accettare la storia d’amore di Sara con Sergio che percorre buona parte del romanzo e che avrà, anche in questo caso, un’evoluzione abbastanza tipica del ruolo svolto dagli uomini di Carpi compagni di donne di successo e che hanno vissuto delle loro fortune. 

 

Un terzo livello narrativo è rappresentato dalla figura di Lucrezia, introdotta quasi furtivamente nel racconto, ma che poco a poco acquista pregnanza, fino a rappresentarne la chiave di volta, dando un senso a tutte le storie che vi convergono. Il libro si legge bene, costruito com’è con abilità e linguaggio svelto e minimalista.

Potrà apparire qua e là un tantino scolastico e scontato, ma è un limite che coglierà il lettore di qui, in quanto parte lui stesso dell’ambientazione. Più difficilmente lo rileverà il lettore esterno.

E sarà il prevalere dell’uno o dell’altro punto di vista che deciderà se siamo di fronte alla leggerezza di un fotoromanzo quale andava in voga fra le tante Sara Gualandini del tempo, o alla costruzione dell’epos letterario della Carpi del miracolo al quale nessuno, prima d’ora, aveva provato a metter mano.

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