Insegnare un mestiere: l’integrazione e l’aiuto fuori dalle chiacchiere

I 5 anni dei corsi di tessitura di Franco Benasi

Insegnare un mestiere: l’integrazione e l’aiuto fuori dalle chiacchiere

Le antiche tecniche della tessitura tornano a essere oggetto di trasmissione del sapere locale in un progetto eco solidale che di questi tempi compie cinque anni, di cui forse non tutti sono a conoscenza, ma che davvero ha il merito di legare la comunità più fragile come trama e ordito fanno con i tessuti. Ne è ideatore Franco Benasi, ex imprenditore della maglieria (dalle sue aziende si sono poi evoluti in ambito internazionale griffe quali Ernestina Cerini e Antonio Marras) che oggi mette a disposizione la propria esperienza insegnando un mestiere alle donne, italiane e straniere, che vivono in condizioni disagiate.

 Lo ha aiutato, al principio di questo percorso, la comunità dei frati di San Nicolò. «Ero stato contattato da padre Sandro, l’allora parroco, perché aveva bisogno di aiuto alla mensa del povero – racconta Benasi –. È così che ho iniziato ad aiutarlo nella raccolta del cibo. Si parlava di tutto in queste occasioni e, avendo notato come le persone che usufruivano del servizio fossero davvero in difficoltà soprattutto in ragione della mancanza di un lavoro, un’idea ha messo radici nei miei pensieri. Ho fatto l’imprenditore per una vita… perché non dedicare uno spazio della chiesa a una scuola dove io possa insegnare un mestiere, così che chi ne ha bisogno possa trovare un lavoro in una qualche azienda del territorio? Ho chiamato le mie dipendenti di un tempo, donne con le mani d’oro, e siamo partiti, inizialmente con una decina di donne. Il materiale di lavoro era regalato: rocche di filo che le aziende ci davano anziché buttarle in discarica. Siamo partiti da lì, anche con l’aiuto di padre Ivano, eccellente falegname che per noi ha costruito i telai». Sbocciano così i primi fiori in tessuto e, insieme ad essi, l’invenzione di due nuove tecniche in aggiunta alle antiche. «Il nuovo metodo è stato brevettato – continua Benasi –-. Prevede che si utilizzino i fondi cono (quel che ne rimane e che verrebbe buttato perché ormai inutilizzabile): ho trovato un modo di tagliarne il filo residuo, stenderlo e, con una macchina, creare filati nuovi. Una seconda tecnica poi, non ancora brevettata, rivoluziona il concetto di tessitura: anziché rispettare lo schema universale che traccia trama e ordito, si procede anche in diagonale, creando qualcosa che non esiste al mondo. Grazie a questa modalità si possono a creare disegnature che le macchine non riescono a riprodurre». Realizzato il filato, non è qui che il progetto si conclude: a questo punto i tessuti possono diventare qualsiasi cosa. Ad esempio borse e zaini, assemblandoli con la pelle (un impegno che richiede anche una settimana di lavoro). E senza che sia necessario uno stilista, ma seguendo il gusto delle persone che vi lavorano. 

Tra queste ultime, l’anno scorso si è inserito un altro importante gruppo di donne. «Personale del Centro di Salute Mentale del Ramazzini di Carpi si è interessato al progetto – spiega Benasi – e così alcune pazienti hanno iniziato a collaborare. Una derivazione della mia iniziativa che sarebbe da supportare in modo ancora maggiore». I corsi di tessitura – che ad oggi hanno coinvolto una cinquantina di persone – riprenderanno a settembre presso la chiesa di San Francesco. «Ad oggi, sono due gli obiettivi che mi stanno più a cuore – conclude –. Trovare qualcuno che possa portare avanti la scuola anche in futuro e, ancor più importante, aprire un piccolo laboratorio al di fuori delle mura della chiesa che permetta a queste signore di apprendere un mestiere e guadagnarsi un regolare stipendio. C’è tutto, anche ciò che attende investimenti concreti per essere materialmente realizzato: lo stilista, i brevetti, il sito in internet, lo shop on line».

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