Carpi assediata e sventurata

Il Diario dal 1702 al 1707 di Guido Corradi, getta luce su un episodio poco noto

Carpi assediata e sventurata

I due volumi delle trascrizioni, del manoscritto, a cura di Lauro Tavernelli e Anna Maria Ori del Circolo storico Carpi-Novi, fanno conoscere attraverso le memorie del capitano della milizia le terribili condizioni della città occupata dai Francesi

La prima notizia è che l’Unione tra Carpi e Novi, di là da venire sul piano politico amministrativo, è già operante invece nell’ambito della ricerca storica. Si è costituito infatti già da tempo, nella forma di Associazione di Promozione sociale e sotto la presidenza di Venanzio Malavolta, il Gruppo storico Carpi- Novi, estensione del Gruppo storico novese creato nel 1988 e promotore di diverse pubblicazioni e mostre di storia locale, ultima delle quali “In loco ubi dicitur Vicolongo” dedicata all’insediamento medievale di Santo Stefano, tra Novi e Concordia. La seconda notizia è che il neonato (o neo allargato) Gruppo di studiosi di storia locale ha già prodotto, un primo, interessante risultato dopo un lavoro partito da prima della sua costituzione. Si tratta della pubblicazione in due volumi, curati da Lauro Tavernelli e da Anna Maria Ori del “Diario” del capitano Guido Corradi, preziosissima quanto finora inesplorata fonte storica conservata nell’Archivio storico comunale di Carpi, che racconta quanto successe tra Carpi, Novi e Rovereto durante i cinque anni di occupazione straniera, dal 1702 al 1707: piccolo capitolo locale dell’immensa guerra di successione spagnola (1701-1714) che, dopo la morte senza eredi del Re di Spagna Carlo I, fu combattuta in Spagna, Italia, Paesi Bassi, nel continente americano, sugli oceani e nelle colonie spagnole d’Oriente per il controllo dell’impero costruito dalla Spagna sulle due sponde dell’Atlantico. 

Le forze che si affrontarono furono da una parte la Francia di Luigi XIV, il Re Sole, alleata alla Spagna che il re defunto aveva affidata a un pronipote, Filippo, nipote anche del sovrano francese. E dall’altra la Lega di Augusta che riunì Inglesi, Olandesi e Austriaci, alleati per contrastare l’influenza francese, sostenendo i diritti al trono spagnolo dell’arciduca Carlo, figlio dell’imperatore austriaco Leopoldo I. Fin qui la Grande Storia. Quella piccola, sviluppatasi da queste parti, deriva dalla scelta dei due eserciti, il francese e l’austro tedesco – in tutto, 120 mila uomini, accompagnati da altre 30 mila persone tra famigliari, prostitute, inservienti, addetti alle salmerie, come usava allora al seguito delle truppe – di darsi battaglia proprio lungo l’asse del Po, invadendo, provocan do distruzioni e malversazioni sulla popolazione del Ducato estense, nonostante la sua neutralità. Solo che Carpi, collocata in un territorio ricco e fertile, piccola ma fortificata, dunque meglio difendibile di Modena, era una pedina strategicamente troppo importante. Da qui la scelta dei Francesi, che ci arrivano per primi, di utilizzarla come perno delle retrovie, residenza degli ufficiali, centro di approvvigionamento, ricovero per feriti e malati nonché quartiere d’inverno per le truppe. Nel 1706, però, arrivano gli imperiali austro tedeschi del principe Eugenio di Savoia che sottopongono la città a un duro assedio fino a ottenere la resa della guarnigione francese. È su questa transizione tra occupanti che si innestano le memorie del capitano Guido Corradi che forniscono una quantità di informazioni su un episodio di storia locale, fra i più dolorosi e meno esplorati dagli studiosi.

IL SUO OBIETTIVO È SALVARE LA CITTÅ

Anna Maria Ori parla di Guido Corradi l’autore del Diario e di antica famiglia carpigiana.

 

Segnalato da Lucia Armentano, studiosa di storia locale, fra le carte dell’Archivio Guaitoli, inventariate e conservate presso l’Archivio storico comunale di cui è stata responsabile fino al 2015, il manoscritto originale del “Diario” del capitano Guido Corradi si presenta come un quaderno quadrato, di una trentina di centimetri per lato, avvolto in una copertina azzurra, scritto con calligrafia fitta fitta e senza punteggiatura. I due volumi, pubblicati con il patrocinio del Comune di Novi e il sostegno della Fondazione Cassa Risparmio Carpi e della Pro Loco Novi, lo ripropongono con le due trascrizioni: una fedele al testo originale, a cura di Lauro Tavernelli, e l’altra in italiano attuale, con saggi di inquadramento storico, curata da Anna Maria Ori (qui a lato) alla quale abbiamo chiesto lumi sulla figura dell’autore. «All’inizio dell’occupazione francese – racconta Ori – Corradi aveva 32 anni. Sposato, discendente da una antica famiglia di commercianti divenuti proprietari terrieri (possedeva i poderi dell’attuale oasi la Francesa e quelli sui quali sorgerà il campo di Fossoli), abitava nell’edificio d’angolo dell’attuale bar Centrale, tra corso Cabassi e viale Petrarca. Come capitano della milizia locale eletto dal Consiglio dei Provvisori e fedele al Duca estense fuggito a Bologna, in quegli anni convulsi e drammatici, con due eserciti stranieri a disputarsi Carpi, ebbe una sola preoccupazione: quella di preservare la città e la sua popolazione, sottraendola per quanto possibile alle angherie degli occupanti, in particolare degli imperiali “alemanni” che, non avendo disciplina di un esercito vero e proprio come quello francese, erano costituiti da gruppi armati autonomi e incontrollabili, facili ai saccheggi e alle scorrerie come era già accaduto con l’assedio di Mirandola, al quale anche lui aveva potuto assistere». Che tipo era, Guido Corradi? «Un uomo pratico, perspicace, che mette generosamente le proprie competenze al servizio dell’amministrazione della città. Parlava il Francese e questo gli permetterà di interloquire con i funzionari degli occupanti per evitare il peggio, preoccupandosi degli sprechi e dei danni arrecati. La sua preparazione gli consente di avere una visione anche generale della guerra, procurandosi gli “avvisi”, cioè i notiziari che erano un po’ i giornali dell’epoca, o informandosi da persone di passaggio. Si capisce che scrive con l’intento di spiegare ai lettori quello che sta accadendo. E si avverte, nella sua scrittura, una formazione preilluministica improntata alla razionalità che lo avvicina a Ludovico Antonio Muratori, da lui certamente conosciuto. È lo stesso spirito di razionale praticità che si coglie nella sua decisione, dopo la guerra, di mettere a disposizione un finanziamento per rendere navigabile fino al Secchia il Canale di Carpi e fornire così sbocchi più ampi alle produzioni agricole e artigianali della città» Che cosa l’ha colpita in particolare del “Diario”? «La curiosità dell’autore che lo porta ad annotare tutto quel che vede, attinente alla guerra o ai costumi crudeli dell’epoca: i cavalli dei due eserciti lasciati pascolare e che rovinano la vendemmia cibandosi dell’uva; le case svuotate d’inverno per far posto a migliaia di soldati; l’usanza di far bere agli epilettici a scopo terapeutico il sangue dei condannati a morte; le brave persone che incontra, ma anche gli avventurieri che approfittano della guerra come il “cattivo” del “Diario”, un tal Giustiniani, che si offre di fare il governatore per conto dei Francesi. E su tutto c’è la sua compassione per la sofferenza della gente, per la rovina dell’ambiente rurale, per lo spreco di legname, acqua e fieno e per i buoi requisiti, affamati, costretti a lunghe marce per trainare i carriaggi e sfruttati fino allo sfinimento. Davvero una fonte unica e preziosa per conoscere la vita quotidiana di tre secoli fa, in tempo di guerra».

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