E dopo la Guerra, la Memoria

Terminato il conflitto, cent’anni fa si cominciò a progettare il ricordo dei Caduti

E dopo la Guerra, la Memoria

Opere e riti citati in un saggio del 2014 di Anna Maria Ori e Alfonso Garuti

Si sa quali sono stati i grandi eventi che più hanno inciso sul volto della città. Senza arrivare al Cinquecento e ad Alberto Pio, con il suo rovesciamento del castello verso il Borgo prospiciente; o agli insediamenti religiosi del Seicento; o alla soppressione di diverse chiese nel Settecento, è difficile non riconoscere, restando al Novecento, che sono stati almeno due i principali fattori di trasformazione. I più importanti restano l’abbattimento delle mura e gli effetti che ne seguirono con la primissima espansione della città. Poi c’è stata l’esplosione della grande periferia tra la metà degli anni Cinquanta e Sessanta, per effetto dell’inurbamento legato allo sviluppo industriale della città e, contemporaneamente, al decollo della motorizzazione di massa (la Seicento...) che ne modellò e continua a modellarne la viabilità. C’è tuttavia un terzo episodio, della storia cittadina, al quale va riconosciuta una certa incidenza sull’immagine urbana di Carpi, non certo paragonabile per dimensione alle altre due, ma pur sempre rilevante e sviluppatosi a partire dalla fine della Prima guerra mondiale, giusto un secolo fa, per proseguire poi nel corso degli anni Venti. Si tratta dell’omaggio riverente che Carpi volle tributare ai propri caduti nella Grande Guerra e al quale è dedicato l’importante saggio di Alfonso Garuti e Anna Maria Ori pubblicato con il titolo “Onoranze a caduti e dispersi” nel volume “Carpi fronte interno 1915-1918” edito nel 2014 dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Carpi. Si parla di tracce, certamente, più legate all’arredo urbano che a una decisa impronta urbanistica. Una, tuttavia, va considerata proprio in questa chiave, visto che si tratta della realizzazione del Parco delle Rimembranze situato tra l’ancora esistente rudere di porta Mantova e i primi padiglioni del nascente ospedale. Partiamo dunque da qui, attingendo al saggio di Garuti e Ori. L’amministrazione fascista insediatasi a palazzo Scacchetti nel 1922, era particolarmente attenta a coltivare e a non lasciar deperire le memorie della guerra, pronta a esaltarne i combattenti, caduti o reduci, in occasione di tutte le ricorrenze legate a direttive nazionali e riprese con mille dettagli dai giornali locali, come riporta il saggio citato. Il raffronto potrà infastidire qualcuno, ma la dedizione agli anniversari e al culto della Grande Guerra che caratterizzò il nascente regime fascista ricorda vagamente l’analoga attenzione liturgica tributata alla Resistenza nell’immediato, secondo dopoguerra e mai completamente assopita, a Carpi. Il culmine di quella sorta di culto è rappresentato proprio dall’inaugurazione del Parco delle Rimembranze, avvenuta il 24 maggio 1925, esattamente dieci anni dopo l’entrata in guerra dell’Italia (“...il Piave mormorò”). Gli autori del saggio ricordano che il Falco, settimanale locale del Partito nazionale fascista di Carpi, salutò quella realizzazione come un “monumento di verde”, un’opera celebrativa sì, dei caduti del terribile conflitto, ma diversa da tutte quelle realizzate negli anni precedenti – cripte, cappelle, lapidi –, perché questa volta si trattava di un “monumento all’aria, al sole, colle piante amiche che crescendo ricorderanno ai figli nostri, nei giorni solenni sacri alla patria che il lembo di terra rivestito di verde porta un nome sacro e che esso non deve giammai essere profanato”. Viene da sorridere se si confronta tanto spreco dell’aggettivo “sacro” riferito al parco delle Rimembranze con lo stato di discreto abbandono in cui versa oggi, soprattutto nel periodo autunnale con le foglie che lo ricoprono e che fino a una quarantina di anni fa un solerte giardiniere comunale accumulava accuratamente, preoccupandosi di mantenere ordinati e puliti i viali interni. Ma torniamo alla storia. Il periodico fascista, annotano Garuti e Ori, nel richiamare l’originalità della scelta carpigiana di commemorare i caduti con un parco dimentica volutamente che non si trattava di un’idea originale. L’aveva preceduta, infatti, una circolare del Ministero della Pubblica istruzione che aveva invitato tutti i Provveditori agli studi a far piantare in ogni città o paese un albero per ogni caduto di quella località, affidandone la messa a dimora e la cura agli scolari “per infondere nei loro animi la Religione della Patria e il culto di Coloro che per lei caddero”. E fu così che viali e parchi “della Rimembranza” sorsero un po’ ovunque, fino a superare nel 1924 il numero di duemila, pari a un quarto dei Comuni italiani. L’anno successivo, precisamente il 2 dicembre 1925, quell’invito diventerà un obbligo con un’apposita legge, ma Carpi si era già adeguata inaugurando già in maggio il proprio Parco. “Delle Rimembranze”, al plurale: e non si è mai capito il perché di quella deviazione lessicale che potrebbe anche essere dovuta a un semplice errore. E c’è un altro tratto originale, che distinse quella di Carpi da tutte le altre iniziative analoghe: non si volle dedicare un albero a ogni caduto, personalizzandolo, perché, scriveva il Falco, i caduti sono “...tutti uguali davanti alla morte, senza nome perché tutti hanno lo stesso nome. I nostri morti – concludeva l’articolo – sono 589: tante son le piante del Parco”. Si scelse dunque la strada di un onore attribuito indistintamente, in blocco: e questo potrebbe anche spiegare quel nome di “Rimembranze” al plurale. Fatto sta che come area venne scelta quella detta dei “prati di San Valeriano”, ricavata dall’abbattimento delle mura e adibita a diverse attività come il mercato bestiame o il gioco del pallone e, nel periodo bellico, prima come piazza d’armi per l’addestramento dei soldati diretti al fronte e poi come campo dato da coltivare ai prigionieri austriaci. Con la scelta di sistemarvi il Parco, però, quell’area vuota diventa una precisa soluzione urbanistica, analoga alle funzioni pubbliche – lo stadio, il foro boario, il macello, la cremeria – collocate negli spazi ricavati dall’abbattimento delle mura. I lavori prendono il via il 26 gennaio 1925. Li dirige l’ingegnere comunale Domenico Malaguti coadiuvato da un giardiniere, Mario Attolini, antenato forse di Lorena Attolini che ne ha ereditato e ne prosegue tuttora l’attività come fiorista. Per acquistare le piante, il Comune rivolge un appello ai cittadini e l’inaugurazione del 24 maggio acquista particolare solennità per la presenza del Ministro dell’Economia nazionale, Cesare Nava, e il concorso di autorità locali e provinciali, attovagliate successivamente intorno a un banchetto in Municipio. Le autorità seguiranno poi il Ministro, nel pomeriggio, all’inaugurazione del ponte Pioppa sul Secchia, tra Rovereto e San Possidonio, mentre la sera in un teatro gremito dalle rappresentanze dei Fasci e dalle sezioni degli Arditi provenienti da tutta l’area padana il vescovo Giovanni Prandini benedirà il gagliardetto della sezione locale degli Arditi, dono della Federazione nazionale. C’è un commento alla giornata, riportato nel saggio di Garuti e Ori, che si ricava dalla cronaca di don Ettore Tirelli. Il sacerdote non doveva aver gradito troppo quella scelta di commemorare i caduti senza nomi, senza personalizzare i singoli alberi che li ricordavano. Avrebbe preferito che il parco fosse frazionato, distinguendovi delle zone come altrettanti reparti per i morti in combattimento, in mare, in prigionia, per malattia o dispersi, assegnando almeno a quelle frazioni del terreno i nomi delle località “...dove nuclei di valorosi morendo eternarono il loro nome”. E invece, la soluzione adottata per il Parco pare a don Tirelli “...un libro chiuso, senza intestazione, formato di pagine bianche”. E arriva a far proprio il soprannome affibbiato dalle malelingue che, prevedendone una precisa forma di utilizzo per niente sacra o eroica, ma solo favorita dalle future fronde e cespugli, lo avevano ribattezzato “Parco delle Gravidanze”. Un anno dopo, sempre il Comune affiderà al cavalier Salesio Lugli la realizzazione di un fascio littorio decorativo che verrà collocato nella zona del parco prospiciente la via Sergio Manicardi (la Cagnola). Sarà poi completato da una fontana con vasca ovale di granito che molti credevano distrutta come gli altri emblemi del fascismo, ma che, ci informano Garuti e Ori, verrà ritrovata nel 2006 durante gli scavi per la realizzazione della Biblioteca Loria, sepolta nel cortile che la separa da Palazzo Pio. Il fascio di bronzo, invece, è sparito. 

L’altra opera legata al ricordo dei caduti che più ha inciso sul volto della città è questa volta una chiesa monumentale. Si tratta della Cappella del Cimitero che reca nei sotterranei la cripta votiva dedicata appunto ai morti di Carpi nella Grande Guerra. C’era fin dal 1919 l’intenzione di creare nel cimitero un luogo speciale per tumulare i caduti che i familiari avessero voluto traslare nella città d’origine dai sacrari che stavano sorgendo a Redipuglia, sul monte Grappa e nei luoghi della guerra. C’era contemporaneamente l’esigenza di creare una chiesa nel cimitero urbano che sostituisse la vecchia, fatiscente cappella ottocentesca, indegna dell’impronta monumentale che il progetto di Achille Sammarini aveva conferito al cimitero urbano con le sue maestose arcate gotiche. Annotano Garuti e Ori che i tempi di realizzazione dell’opera, resa possibile anche da una sottoscrizione indirizzata dal Municipio verso i ceti più abbienti, furono insolitamente veloci: 133 giorni a partire dalla benedizione della prima pietra, avvenuta il 16 giugno 1927. Il progetto del solito ingegnere comunale Domenico Malaguti – una chiesa a tre navate e in stile neogotico, inizialmente spoglia e disadorna, ma riccamente decorata solo negli anni Sessanta del Novecento da Romano Pelloni e Nello Mazelli – venne realizzato dalle maestranze della allora Cmc (Cooperativa muratori e carpentieri, futura Cmb). La parte più legata al ricordo dei caduti faceva da sostegno alla nuova costruzione, in continuità con i sotterranei del cimitero. È una cripta che, pur rinunciando ai motivi architettonici dell’edificio sovrastante, ne ripete però la scansione interna a tre navate, separate da spessi pilastri. Il tutto è rivestito da marmi di colori diversi, tra il grigio e il verde. Nella parete di destra ci sono i nomi dei caduti riportati in città dalle famiglie e di quelli deceduti all’ospedale della Croce rossa; in quella di sinistra sono incisi i nomi di militari e civili caduti nella seconda guerra mondiale. La cappella ricavata all’interno della cripta verrà consacrata nel 1938, con quella che, annotano Garuti e Ori, si può considerare “...l’ultima cerimonia pubblica legata al ricordo dei combattenti della Grande Guerra”. 

Fu l’ultima cerimonia, ma non l’ultima opera dedicata ai “Caduti in guerra”. Accogliendo infatti un articolo del 1927 pubblicato dal Ministero della Pubblica istruzione intitolato “Non monumenti ma asili” che invitava a dedicare ai caduti opere utili, il parroco di Gargallo mise mano nell’anno successivo alla realizzazione di un asilo parrocchiale, gestito fin dall’inizio dalla Congregazione delle Suore di Gandino. Fu un’iniziativa parrocchiale, ma il progetto potrebbe essere attribuito ancora all’ingegner Malaguti, è la tesi del saggio più volte citato, con elementi decorativi, dovuti all’architetto Alfio Guaitoli, di gusto rinascimentale e con richiami stilistici alla tradizione costruttiva padana.

 

Lungo questo percorso commemorativo che si dipana dal 1919 al 1938, durato dunque l’intero ventennio fascista o quasi, altri interventi nel segno del lutto e della memoria vengono elencati da Alfonso Garuti e Anna Maria Ori, anche se di minore impatto visivo di quelli citati. Ci fu, subito dopo la vittoriosa fine del conflitto, l’intitolazione della via dell’Ospedale a Trento e Trieste liberate che fece seguito a quella, risalente al 1916, di via Cesare Battisti che sostituì il nome originario di via Belvedere, mentre nel 1923 la via Borgho di Sant’Agostino diventerà via Ugo Sbrilanci (medaglia d’argento al Valor militare) e nel 1927, due nuove strade dell’area Pallotti prenderanno il nome di via XXIV Maggio e via IV Novembre. Occorrerà attendere invece il 1968 per veder spuntare una via Vittorio Veneto fra il parco delle Rimembranze e l’ospedale. C’è poi tutta la sequenza di lapidi installate su edifici pubblici e chiese, dalla facciata del Municipio dove troverà posto il bollettino della Vittoria di Armando Diaz alle lapidi commemorative situate nello stipite della porta della Cappella dei Pio in Castello. La più imponente verrà inaugurata nel cortile di palazzo Pio nel 1920, con 538 nomi dei caduti di Carpi incisi nel marmo. Il suo valore, annotano Garuti e Ori, sta anche nel fatto che evitò a Carpi di avere un “magniloquente e affollato monumento ai caduti” quale sarebbe stato quello ideato dallo scultore Salesio Lugli, che il cronista don Ettore Tirelli, visto il bozzetto in creta, descrive come un’opera grandiosa e costosissima, in marmo e bronzo, con Dante Alighieri ritratto a sovrastare delle nuvole allegoriche dalle quali spuntavano a corona i protagonisti dell’indipendenza italiana e, ai lati del piedistallo, altre figure rappresentative delle varie armi. Non si arrivò neppure a discutere della eventuale ubicazione di un’opera della quale don Tirelli scrisse che “...lo scultore con i nomi dei morti voleva dar vita al proprio nome, quasi morto in arte”. In Municipio prevalsero il senso pratico e la concretezza carpigiana e si optò per le più economiche e meno invasive lapidi.

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