Il bollino di Gasparotto mai divenuto francobollo

Usato come tale, ma semplice etichetta per sigillare le buste

Il bollino di Gasparotto mai divenuto francobollo

Lo potremmo chiamare “lo strano caso del francobollo di Leopoldo Gasparotto”, perché certamente strano lo è per davvero e fa discutere ancora oggi che sono trascorsi più di settant’anni da quando l’effigie di Leopoldo Gasparotto, – partigiano e patriota trucidato a Fossoli, dov’era detenuto, nel giugno del 1944 assieme ad altri prigionieri – comparve su uno degli speciali “francobolli commemorativi” delle vittime del nazifascismo emessi dal Comitato Nazionale Pro Vittime Politiche. Un “francobollo” che, assieme a tutti gli altri emessi dal Comitato in quegli anni difficili, in effetti “francobollo” non era ma che per una serie di eventi venne regolarmente utilizzato per affrancare le corrispondenze salvo poi essere ufficialmente disconosciuto. È questo un piccolo frammento postbellico della storia del campo di concentramento di Fossoli che solo pochi addetti ai lavori conoscono, ma che merita di essere raccontato utilizzando come guida lo studio che un appassionato filatelista, Massimo Santonastaso, ha recentemente pubblicato su l’Arte del Francobollo, mensile specializzato di filatelia e storia postale. Veniamo all’antefatto: nel luglio del 1943, a guerra ancora in corso, il Comitato Liberazione Nazionale che operava allo scoperto nell’Italia liberata dagli alleati e, clandestinamente, in quella parte dell’Italia ancora sotto il tallone nazifascista, costituì al proprio interno uno speciale Comitato Nazionale Pro Vittime Politiche che assunse il compito di aiutare e sostenere economicamente con sussidi e pensioni le famiglie delle vittime degli eccidi compiuti dai fascisti nel Ventennio e dalle SS e dalle Brigate Nere di Salò durante il conflitto. 

Un compito gravoso che il Comitato, gestito unitariamente da tutti i partiti della Resistenza, poté sostenere, a guerra finita, anche grazie alle somme direttamente erogate dallo Stato, prima che tale funzione venisse trasmessa in toto al Ministero degli Interni, una volta che l’epoca dei primi Governi di unità nazionale passò di moda. Con il quarto gabinetto De Gasperi, infatti, comunisti e socialisti passarono all’opposizione. Le somme destinate dallo Stato al Comitato, tuttavia, non erano sufficienti a far quadrare i conti cosicché il Comitato decise di emettere in proprio dei cosiddetti “francobolli commemorativi” con i volti di quanti si erano opposti al regime fascista ed avevano sacrificato la propria vita in quella battaglia: da Giacomo Matteotti, ad Antonio Gramsci, da Salvo d’Acquisto a Leopoldo Gasparotto, per l’appunto. Più di cinquanta i martiri commemorati, più di cinquanta quindi i francobolli dal valore nominale di due lire l’uno emessi per sovvenzionare l’attività del benemerito Comitato. Successivamente, a causa dell’inflazione galoppante, questa stessa emissione fu soprastampata con nuovi e più elevati valori; da cinque a dieci e fino a 100 lire, per poter ricavare più fondi. Ma questi francobolli – sta qui il “mistero” – in realtà francobolli non erano: pur essendo stati stampati, dentellati e gommati dal Poligrafico dello Stato, come i francobolli postali e le marche da bollo dello Stato, sembrando peraltro tali, erano di fatto e di diritto semplici etichette chiudilettera, come quelle che - qualcuno ricorderà - venivano stampate per la lotta contro la poliomielite o pro-Croce Rossa. 

Da attaccare dietro le buste per chiuderle (chiudilettera, per l’appunto) non francobolli per affrancare e spedire la corrispondenza. Ciò nonostante, complice la temperie del momento e una ambigua circolare del maggio 1946 a firma del Direttore generale delle Poste dell’epoca, che invitava il personale postale a vendere e a favorire l’uso di questi che erano stati chiamati impropriamente “francobolli commemorativi”, le etichette del Comitato Nazionale Pro Vittime Politiche furono ampiamente utilizzate per posta (in realtà “frodando” le Poste stesse) e oggi sono ambìto oggetto di collezione. Quella dedicata a Leopoldo Gasparotto ha anche altre particolarità: è l’unica che ricorda una vittima del campo di concentramento di Fossoli, citato nella vignetta assieme alla presunta data di morte del comandante partigiano, sulla quale c’è ancora oggi incertezza. Gasparotto, milanese di nascita, era stato ufficiale degli Alpini e poi era passato nella Resistenza assumendo importanti incarichi di comando nelle Brigate Giustizia e Libertà. Arrestato a Milano e torturato nel carcere di San Vittore, dopo un periodo di detenzione a Verona era arrivato a Fossoli per essere inviato nei campi di sterminio in Germania. Nonostante venisse nuovamente torturato a Fossoli, non fece mai i nomi dei suoi collegamenti nella Resistenza. Venne trucidato assieme ad altri detenuti del campo nel giugno del 1944 in circostanze che non furono mai chiarite: secondo il “francobollo commemorativo” a lui dedicato, il 21 giugno, secondo altre fonti il 22 giugno. E anche questo fa parte del “mistero” Gasparotto che rimane racchiuso e commemorato in un rettangolino di carta dentellato di colore viola che non assurse mai, suo malgrado, alla dignità di “carta valore” dello Stato.

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