Carpi saluta Franco Perini, ''filosofo del viaggio'', scomparso in questi giorni. Il ricordo di chi lo conosceva bene

Aveva 87 anni e ha fatto viaggiare e conoscere il mondo a generazioni di carpigiani

Ha fatto viaggiare in lungo e in largo per il mondo, che lui conosceva bene, generazioni di carpigiani, non come semplice agente, il primo in città, ma anche come ideatore, consulente, progettista di viaggi, educatore nella scoperta di luoghi e popoli diversi e scopritore di mete. E' il ricordo che Franco Perini, scomparso ieri all'età di 87 anni, “filosofo del viaggio” come lo definiscono sui necrologi la moglie Patrizia e i figli  Elisabetta e Francesco, lascerà per sempre a Carpi: un amico dei propri clienti, un conoscitore degli angoli più remoti del pianeta, delle sistemazioni, dei posti da vedere e dei ristoranti da frequentare più rispondenti alle esigenze di chi dalla città prendeva le vie del mondo, per turismo, per curiosità, per spirito di avventura o per affari, nei decenni almeno in cui i carpigiani cominciavano a frequentare le fiere della moda e a prendere ispirazione dalle vetrine nelle vie dello shopping delle grandi metropoli americane ed europee.

Originario del mantovano, Perini aveva a propria volta cominciato prestissimo a familiarizzare con i grandi orizzonti, arruolandosi da giovane nella Marina Militare. Poco più che ventenne, negli anni Sessanta, sbarca per così dire a Parigi, dove troverà un impiego alla Citroen, prima di rientrare in Italia, a Milano. Lavora all'aeroporto di Linate, non per una compagnia, ma alle dipendenze del gruppo SEA gestore dell'impianto, avanzando nella carriera fino a diventare responsabile del settore carico. E' a Linate che fa la conoscenza di un gruppo di imprenditori dell'abbigliamento che lo convincono a trasferirsi a Carpi e ad aprirvi l'agenzia che mancava in una città che poco a poco andava scoprendo la dimensione del viaggio. Apre l'agenzia prima in via Berengario, prendendo alloggio nell'albergo "Da Giorgio” in attesa di capire se il gioco valesse la candela. Poi, dopo il decollo, è la volta di Moda Viaggi, insediata nel 1984 in corso Roma. Da Perini approdano e si formano nuovi agenti che apriranno a propria volta altre agenzie, tanto il giro d'affari si era aperto e consolidato. Fra loro, anche la figlia Elisabetta che darà vita a Voler Volare.

Da ultimo, ceduta l'attività al gruppo Gattinoni, Perini diventerà insieme a storici commercianti e artigiani del centro un assiduo frequentatore della piazzetta, uno dei pochi luoghi dove poteva incontrare gli amici di sempre. Portando nelle chiacchiere di ogni giorno l'ironia di chi riusciva a vedere Carpi con il cannocchiale rovesciato: una dote che possiedono solo quelli che il mondo lo hanno conosciuto davvero.

Le esequie si svolgeranno giovedì 23 aprile, dalle 15, con partenza dalla funeral home Terracielo verso la Chiesa parrocchiale di Santa Croce, prima della partenza verso l'Ara vècrematoria di Modena.

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Alla signora Patrizia e ai figli Elisabetta e Francesco le più sentite condoglianze della direzione e della redazione di Voce


 

Riportiamo di seguito una testimonianza di Nicolò Barone, prima dipendente poi socio e genero di Franco Perini.

Questa mattina, alzandomi, ho fatto fatica a credere che non ci fosse più. Uno come Franco non sembra il tipo da andarsene, sembra il tipo che sarà sempre lì, con una storia pronta, con quel mezzo sorriso di chi sa di averne combinata un'altra. Ne aveva combinate tante, Perini, una vita stupenda, ricchissima di avventure e di grandi esperienze, mai sufficienti a placare la sua interminabile e meravigliosa curiosità . E le aveva scritte – tutte, o quasi – in un taccuino di ricordi che mi aveva fatto leggere qualche tempo fa. Pagine scritte senza filtri, con la stessa franchezza con cui raccontava le cose a voce. Ne avevo riso molto. E ogni volta che ci ripensavo, ridevo e mi commuovevo di nuovo.

Perini era cresciuto ad Asola, provincia di Mantova, in quegli anni del dopoguerra in cui i bambini si arrangiavano da soli e le marachelle erano il modo più naturale di capire il mondo. A dieci anni girava il lago di Garda in bicicletta da solo – 200 chilometri, partito alle quattro di mattina con cinque banane e qualche panino al salame della zia Ernestina. Rientrò a casa il giorno dopo. I cellulari non esistevano. Sua madre non lo sapeva. E lui era felice come non mai. Poi c'era stata la fionda. Il lampione colpito in piena lampadina. Il finestrino di un'auto frantumato di netto, e la fuga a gambe levate attraverso i campi per non farsi prendere dal proprietario inferocito. Arrivò a casa alle cinque del pomeriggio, e sua madre lo aspettava con un ramo di salice. La fionda non ebbe più storia, come scrisse lui stesso, con quella soddisfazione silenziosa di chi sa di aver vissuto qualcosa di memorabile.

Era così Franco Perini: fiero di raccontare le proprie figuracce con più orgoglio di quanto altri mettano nel raccontare le proprie vittorie. Dopo i Salesiani di Verona – cinque anni di collegio, messe quotidiane, tornio, pialla e disegno tecnico – e dopo qualche lavoro abbandonato in fretta, Franco finì in Marina Militare. Firmò volontario per sei anni. E anche lì, naturalmente, non mancarono le peripezie. A Venezia dormì di sentinella sotto la pioggia e finì in cella di rigore. A Roma divenne il segretario di un ammiraglio, copiato come esempio di saluto militare impeccabile e contemporaneamente irrispettoso di ogni punizione che gli veniva comminata. A bordo della corvetta Minerva girò il Mediterraneo, finì ad Algeri per un'esercitazione con la Sesta Flotta americana, e una volta – in manovra in porto – impartì un ordine che non gli spettava per salvare le eliche della nave. L'ufficiale di macchina si congratulò col comandante. Il comandante urlò il suo nome a squarciagola. Perini fu lasciato a bordo senza poter scendere a vedere Algeri. Si rattristò per circa dieci minuti.

Poi venne l'Isola d'Elba, e poi Milano, Linate, il Prêt-à-porter, Parigi i tanti della meravigliosa Parigi degli anni Sessanta. E Patrizia. Quando scriveva di Patrizia, Franco cambiava registro. Le frasi si facevano più lente, più attente. Quindici giorni in un villaggio siciliano, uno stesso tavolo per pranzo e cena, battute un po' troppo milanesi e una bellissima donna romana che rispondeva a tono. "Chi di spada ferisce, di spada perisce – scrisse – tant'è che mi innamorai di LEI”. Le maiuscole erano sue. Non le avrei tolte per niente al mondo. Si sposarono tre volte: prima in una chiesa milanese, poi a Gretna Green in Scozia (lei incinta all'ottavo mese, lui con le stampelle per un ginocchio operato), poi al Comune di Carpi. Arrivarono al municipio a bordo di una Ferrari GTO rossa, e Franco la parcheggiò dentro. "Proibito", specificò, con l'aria di chi lo sapeva benissimo. Da Patrizia ebbe Elisabetta e Francesco. Li chiamava "due Angeli di bontà e tenerezza." Anche qui, nessuna ironia. Solo amore netto, senza ornamenti.

Poi Carpi, e l'agenzia di viaggi, il mondo intero. La Polinesia, l'India, la Giordania, il Sudafrica, Cuba, le Seychelles, New York, il Nilo, il Messico. Perini viaggò il mondo, scoprì e fece scoprire, perchè per primo comprese le potenzialità del turismo nel pubblico carpigiano e per oltre tre decenni fece viaggiare chiunque in provincia con la sua splendida Moda Viaggi. Perini viaggiò ovunque e su tutto scrisse, con la curiosità di un ragazzino di dieci anni che parte alle quattro di mattina senza dire niente a nessuno. All'Isola d'Elba aveva fatto immersioni con un vecchio sub di nome Alfredo e aveva toccato il fondo attorno all'isola di Montecristo. Da giovane era rimasto incastrato sott'acqua nella chiusa del fiume Chiese, senza aria a sufficienza, e se ne era venuto fuori millimetro dopo millimetro, con la calma di chi ha deciso che non è ancora il momento. Era fatto così.

Non era un uomo semplice da descrivere, Perini. Era scomodo, irregolare, spesso indisciplinato, simpaticissimo, profondo,  capace di grandi tenerezze e  contemporaneamente  di scelte impulsive che lasciavano gli altri a bocca aperta. Ma era anche uno di quegli uomini che riempiono le stanze quando entrano, che fanno venir voglia di starli a sentire, all'infinito, quelli che ti lasciano qualcosa addosso anche solo dopo un minuto di conversazione.

Ha scritto le sue memorie per i figli, per i nipoti, per chiunque volesse capire da dove veniva e come aveva vissuto. Le ha scritte in prima e in terza persona, come se a volte dovesse prendere le distanze da se stesso per riuscire a raccontarsi. Ma in ogni riga c'era lui, tutto intero. Nella sua grandezza.