In una intervista a piena pagina al Direttore del periodico diocesano Notizie, monsignor Erio Castellucci, arcivescovo di Modena e vescovo di Carpi, è riuscito a non dire nulla di quello che tutti ci si aspettava da lui, circa l'esito dell'udienza con il Nunzio apostolico sull'unificazione tra i due territori diocesani. Non una scadenza, non un chiarimento sui tanti quesiti in sospeso: solo l'invito a "guardare oltre il percorso già tracciato che porterà all'unificazione”, in coerenza con le linee di orientamento uscite dalla recente assemblea dei Vescovi italiani nella forma del documento "Radicati e costruiti in Cristo”. Un documento nel quale al primo posto si colloca la formazione alla fede, con il riconnettere la vita al Vangelo. Da non addetti ai lavori piuttosto all'oscuro del linguaggio felpato della Chiesa cattolica e delle metafore ricavate dalle Sacre scritture, sembra di capire che, per quel che riguarda la ribadita necessità dell'unificazione, essa sarebbe dettata da “... un eccessivo appesantimento della nostra vita pastorale, specialmente parrocchiale, palpabile a tutti i livelli”. E, sottolinea ancora monsignor Castellucci, “...occorre davvero pensare a come rendere il nostro zaino più leggero perché altrimenti non riusciamo a camminare speditamente dietro al Signore e vicino alle persone nella loro vita quotidiana”. Questo passaggio prelude ad altri, sempre all'insegna dell'alleggerimento delle strutture. Come quando l'arcivescovo/vescovo lamenta che “...ogni volta però che si va a toccare qualche struttura che appesantisce il cammino, ci sono sempre reazioni da parte di chi si muove sul motto si è sempre fatto così”.
Dunque, chiede l'intervistatore, "...prima dei tempi dell'unificazione tra le diocesi ci dovremmo preoccupare dell'unità all'interno e tra le comunità, parrocchie, associazione, movimenti?”. "Certo!” esclama monsignor Castellucci, deplorando che in questi anni si siano dedicate tante energie all'unificazione, “...senza peraltro conoscerne i tempi, come se fosse il problema fondamentale”. E per essere ancora più chiaro, rievoca il rischio corso quando "...una comunità rimasta priva della chiesa parrocchiale ad esempio a causa del terremoto, concentra per anni le sue intenzioni sulla ricostruzione materiale, trascurando la ricostruzione delle pietre vive e trovandosi magari alla fine con una bella chiesa di mattoni, ma senza un'adeguata chiesa di persone”. Più preoccupati della struttura che delle relazioni, insomma.
Così l'arcivescovo/vescovo, dando l'impressione del contrario, alza ancora l'asticella della fusione tra le due diocesi, lanciando il cuore oltre l'ostacolo e la palla in tribuna. Quasi che l'unificazione, pur rientrando in un disegno generale di riorganizzazione partito da papa Francesco, a Roma, non avesse trovato tra Modena e Carpi un fervido terreno di coltura. Quasi si dimenticasse che il software (ci si passi il termine), della ricostruzione spirituale e dell'azione pastorale non fosse stato fatto passare, in questi anni, come l'indispensabile hardware per quell'auspicato "alleggerimento dello zaino” al quale tanta gente ha lavorato. Quasi che l'invito ad attenersi all'essenziale e alla leggerezza non sia stato poi contraddetto dalla costruzione di un'architettura organizzativa piuttosto macchinosa. E quasi che le scadenze, ora relegate a problema non fondamentale, non fossero state indicate dallo stesso monsignor Castellucci ancora in tempi recenti. No, crediamo che non fosse davvero questo che i fedeli si aspettavano dopo l'udienza in Vaticano chiesta proprio dall'arcivescovo. E la “frenata” sull'unificazione, che sia partita da Roma o da Modena e Carpi, è per ora l'unica cosa che si vede.