«Un dono semplice ma prezioso che ci è arrivato sfidando le profondità del mare, i chilometri e (diciamolo pure) anche gli ostacoli burocratici, recando un messaggio preciso: “W la pace”, una scritta che è stata incisa nel pieno della guerra». Lo ha rimarcato a chiare lettere il sindaco di Novi Enrico Diacci durante la cerimonia di consegna ai famigliari, e poi al Comune, della gavetta appartenuta a Romolo Neri, militare novese disperso durante la Seconda Guerra Mondiale. La cerimonia, che si è tenuta questa mattina su invito in sala civica Ferraresi, ha permesso al cimelio di essere restituito al suo paese dopo 79 anni. La gavetta verrà esposta nell’ingresso del municipio di Novi «… come forte messaggio che viene dal passato - ha proseguito Diacci -, come monito per ricordarci che non dobbiamo mai dare nulla per scontato e che la democrazia va coltivata quotidianamente».
Romolo Neri era nato a Novi il 22 agosto 1914, da giovane era stato chiamato alle armi finendo a combattere sull’isola di Rodi, in Grecia. Morì a 29 anni nel 1944 ma soltanto oggi, grazie al ritrovamento della sua gavetta, si sa che era a bordo del piroscafo norvegese Oria che naufragò il 12 febbraio 1944 nel mar Egeo, al largo di Capo Sounion, portando a fondo con sé più di 4 mila internati militari italiani “non collaboranti” che i nazisti avevano catturato sull’isola di Rodi dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 e che volevano condurre nei lager nazisti. I superstiti alla peggior tragedia del Mediterraneo furono soltanto 49, mentre degli altri rimasero in alcuni casi nulla, in altri le ossa e in altri ancora, come quello di Romolo Neri, la gavetta con il nome. «Anche mio nonno, come Romolo, era un artiere e aveva 29 anni ed era a bordo di quella nave - ha spiegato l’architetto bolognese Michele Ghirardelli, parte di un gruppo di ricercatori che ha ottenuto risultati importanti grazie alla collaborazione con il subacqueo Aristotelis Zervoudis -. Ho cominciato le mie ricerche, perché volevo sapere che fine avesse fatto mio nonno, poi mi sono reso conto che questa memoria individuale rientrava in una storia collettiva più grande: quella di coloro che non volevano collaborare alla guerra, al di là delle personali idee politiche, al di là delle ideologie. La vicenda del naufragio era caduta nel dimenticatoio, mentre oggi siamo 2 mila fra persone e istituzioni, 400 famiglie tra Italia, Grecia e resto del mondo. E, nel 2014, grazie alla nostra rete di famigliari e alle autorità elleniche, è stato inaugurato un monumento in ricordo di quella tragedia nella costa nei pressi di Capo Sounion, monumento che nel 2017 è stato visitato anche dal presidente Mattarella».
A chiudere la mattinata, prima della consegna ufficiale della gavetta al Comune di Novi, è stato Alessio Neri, il primo dei nove nipoti di Romolo. Suo papà Dino morì nel febbraio 1945 e venne tumulato a Novi, mentre dei nove fratelli del papà (di cui sei maschi) cinque dovettero imbracciare il fucile. «Ero piccolo quando ci fu il naufragio - ha raccontato Neri interrompendosi spesso a causa della forte emozione, strappando qualche lacrima in sala -, in casa si parlava poco di lui, avevamo qualche oggetto fatto da lui, era un apicoltore. Quando arrivò la notizia dai parenti di Novi che avevano letto sul giornale del ritrovamento della gavetta con inciso il suo nome fummo presi da una grande commozione: l'immagine nebbiosa e consunta dal tempo che avevo di lui tornò nitida. E oggi Romolo è qui tra noi».