Social e censura: siamo sicuri che riguardi solo Trump?

La notizia della censura di Donald Trump sui social ha sollevato un acceso dibattitto ma, al di là di posizioni e simpatie personali, il problema è un altro. Per la prima volta in mondovisione due piattaforme, anziché comportarsi da postini che spostano messaggi da un punto all’altro nella rete, si sono assunti la responsabilità di leggere il contenuto e di procedere in merito. La questione riguarda solo Trump? No e lo hanno attestato i relatori che qualche giorno fa sono intervenuti all’evento streaming “Come cambiano le piattaforme digitali. Da postini a editori” organizzato dall’associazione Stampa Romana. «Si parte da Trump e non si sa dove si arriva» ha dichiarato il presidente dell’Ordine Nazionale dei Giornalisti Carlo Verna, dimostrandosi preoccupato per quello che sta accadendo anche in Italia. Non mancano episodi di blocco di tweet o di post per segnalazioni di utenti, come nel caso della polemica tra Massimo Rocca e i parlamentari e ministri di Italia Viva. O come è accaduto al giornalista Maurizio Bolognetti che, dopo aver affermato opposizione al vaccino, è stato oscurato su YouTube. La censura si è abbattuta anche su testate come “Libero”, il cui l’account Twitter è stato sospeso per presunte attività sospette, o come il  “Manifesto”, la cui app è stata rimossa da Google Play Store con il blocco sostanziale della campagna di abbonamento e la richiesta di qualificarsi come giornale. La vicenda del “Manifesto” è poi rientrata, ma il problema resta. «Censura e libertà di espressione devono avere un bilanciamento i cui arbitri non possono essere piattaforme digitali in regime di monopolio – ha chiarito Verna – e, allora, come si declina il concetto di libertà considerato che le violazioni sui social si sono moltiplicate di pari passo con le loro potenzialità?». La risposta a tutto ciò appare assai problematica.

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