Festa del Racconto: Stefano Pieranni sulla Cina di oggi e sull'inversione della fascinazione verso gli Usa

Dal complesso di inferiorità verso gli States, adorati e imitati, alla sensazione di averli ormai superati in molti campi

Siumone Pieranni, giornalista e scrittore, già responsabile esteri del Manifesto oggi a Chora Media, gran conoscitore della Cina dove ha vissuto ininterrottamente otto anni, ritornandovi poi a più riprese, ha tenuto avvinto ieri sera il pubblico della tenda di piazzale Re Astolfo con il suo racconto della nuova Cina e del rapporto del grande paese con l'Occidente, inteso soprattutto come Stati Uniti, al centro del suo ultimo libro “Lo specchio americano. Lo sguardo della Cina sugli Stati Uniti”. Dialogando con Paolo Salom, per trent'anni giornalista del Corriere della Sera, Pieranni ha ripercorso le fasi che hanno scandito il rapporto Cina-America, passato da una sorta di fascinazione subita a lungo dai cinesi, e fin dall'Ottocento, per la civiltà che stava fiorendo al di là del Pacifico al periodo dell'isolamento tra i due mondi, coinciso con il dominio di Mao Zedong e fino alla graduale rivoluzione in senso capitalistico gradualmente introdotta da Den Xiaoping. E' stata la trasformazione che ha fatto respirare al popolo cinese, in particolare alle giovani generazioni, il soft power americano, con la decisa imitazione, accompagnata da un senso di inferiorità e di ammirazione, dello stile di vita Usa e dei suoi simboli. Il tutto mentre si andava consolidando quella forma di economia privata a stretto controllo del Partito comunista che i cinesi stessi amano definire "socialismo di mercato”, la più arguta invenzione semantica dello stesso Deng Xiaoping. segue

Ma l'apertura al mercato e al modo di vivere degli americani comportavano anche l'ingresso di un altro valore, specie fra i giovani: la libertà. E' stato questo il corto circuito, definito da Pieranni "l'inciampo”, all'origine della strage degli studenti in piazza Tienanmen: quello che ha posto Deng davanti al dilemma della dissoluzione dello stato o della repressione. La via prescelta è stata quella di stroncare il movimento, con il leader a rispondere a chi gli ricordava la possibile reazione dell'opinione pubblica occidentale, "Gli occidentali? Dimenticheranno”. Anche quella drammatica fase è servita, successivamente, a consolidare il patto sociale tra il popolo cinese e il vertice del Partito comunista: voi pensate ad arricchirvi e a fare affari, al resto pensiamo noi. E' stata anche la premessa del balzo in avanti dell'economia cinese che si è imposta insieme al disincanto verso gli Usa, aggravato dalle politiche dei dazi di Donald Trump, con i quali la Cina si sente oggi alla pari se non superiore in diversi campi, a partire dall'intelligenza artificiale. Al punto che molti osservatori si chiedono se oggi la chiave per il buon funzionamento di un Paese non sia più il modello americano – dove peraltro l'IA, con Palantir, l'Ice, le espulsioni di migranti, l'attacco alla libertà di stampa e alle istituzioni somigliano tanto alla repressione esercitata dall'occhiuta polizia cinese – bensì quello di un autoritarismo dall'alto accettato dal popolo in nome del benessere. Un dilemma che lacera soprattutto noi europei, stretti in mezzo a due giganti. Applausi finali per Pieranni, capaci di arricchire il filo del suo racconto con aneddoti e dettagli curiosi su un Paese, la Cina che, nonostante le sue contraddizoni interne, la sua difficile ricerca di un'identità, la crisi della sua economia, quella dell'occupazione giovanile, l'eterno dilemma tra privilegiare gli investimenti o rafforzare il welfare, non si specchia più negli States, mentre sta accadendo il contrario.