Tensostruttura di piazzale Re Astolfo gremita, nel tardo pomeriggio di ieri, per l'incontro con Michele Serra, giornalista e scrittore, per uno degli appuntamenti evidentemente più attesi della Festa del Racconto. Un pubblico così numeroso da intimidire lo stesso Serra, antidivo per eccellenza: «Se lo avessi saputo mi sarei dileguato prima». Due i momenti dell'incontro. Il primo: una lettura frutto probabilmente di diverse puntate dell'Amaca, la rubrica che tiene ogni giorno, da 35 anni, per il quotidiano la Repubblica, dedicata in questo caso al saggio di Francis Fukuyama "La fine della storia e l'ultimo uomo” (1992), «...divenuto nella vulgata semplicemente "fine della storia” – ha commentato Serra – forse perché la fine dell'uomo appariva un tantino funerea». In realtà la storia non si è affatto chiusa con la dissoluzione dell'impero sovietico e il definitivo affermarsi della liberaldemocrazia americana. E qui ha dato fondo a tutto quello che è accaduto dopo – dal Covid alle varie guerre che si sono susseguite ovunque, fino a Gaza, all'attacco all'Iran e addirittura alla crisi della liberaldemocrazia negli Usa di Donald Trump, trasformata in una tecnoplutocrazia – per sottolineare come, nel frattempo, da bipolare il mondo sia ritornato al caos, a un evo antico del tutti contro tutti. La storia, dunque, non è affatto finita, il mondo continua a raccontare cose, anche brutte, fatte del rosso del sangue e del nero della guerra, e talvolta perfino belle. E questa, ha sottolineato, è una bella notizia per la Festa del Racconto. Perché c'è tanto da raccontare, bello o brutto che sia. E la voglia di farlo nasce soprattutto dalla sorpresa, dalla meraviglia che si prova davanti agli accadimenti. La differenza tra il raccontare e il non raccontare sta tutta nell'impreparazione di fronte alle cose che il mondo di volta in volta ci propone. Chi sa già tutto e tutto sa spiegare non sarà mai un narratore, come chi invece condivide con il lettore la sorpresa per la stessa vicenda, mano a mano che accade. Chi tutto spiega sarà invece l'intellettuale che può parlare solo a fatti avvenuti. L'inatteso decollo che ha portato Serra, peraltro in piena sintonia con le ragioni della Festa del Racconto, a passare dalla storia contemporanea alla letteratura e al tratto distintivo del narratore, avrà forse un po' sorpreso, è il caso di dirlo, un pubblico abituato a leggere Serra come narratore di vicende, climi, personaggi, spesso risolti in chiave ironica e tutti strettamente legati alle cronache quotidiane, senza necessariamente conoscere la chiave della sua poetica, come lui l'ha rivelata.
Ma subito dopo ha assecondato quello che più ci si aspettava da lui, nel corso di una spiritosa intervista con Chiara Galeazzi nella quale la narrazione dell'oggi ha ripreso il sopravvento, toccando temi come i social; il rapporto figli genitori; Vannacci, il patriarcato mediterraneo e l'atteggiamento reazionario spiegato come chi non sa reagire alla modernità cercando riparo nel proprio passato; il mondo che è sempre giovane, nonostante l'invecchiamento dei singoli; qualche autoironia sull'aver sempre creduto alle colpe della società piuttosto che a quelle dell'individuo; sull'uomo di sinistra che a forza di delusioni, da visionario diventa cinico; sul radical-chic eretto dalla destra a simbolo ipostatico della sinistra. E sulla sua incapacità, nonostante anni di buoni propositi, di spingersi oltre la pagina 15 del Don Chisciotte di Cervantes.