Tute blu e colletti bianchi: quando l’abito fa il lavoro

Al Mast di Bologna Uniform. Into the work/out of the work fino a maggio

Tute blu e colletti bianchi: quando l’abito fa il lavoro

Immortalati in seicento scatti dei più famosi fotografi del mondo

Dopo il grande successo della mostra multimediale “Anthropocene” che ha esplorato gli effetti delle attività umane sul Pianeta attirando oltre 155 mila visitatori in 8 mesi (era stata pianificata per 4, ma è stata prolungata vista l’affluenza elevata), il Mast (Manifattura di Arti, Sperimentazione e Tecnologia) di Bologna propone un nuovo progetto espositivo incentrato sulla fotografia del lavoro. Il centro polifunzionale con un ampio spazio espositivo realizzato sei anni fa dall’omonima Fondazione Mast e dall’imprenditrice e filantropa Isabella Seragnoli si concentra stavolta sulle divise da lavoro con un doppio evento che ha aperto lo scorso weekend e che rimarrà allestito (a ingresso gratuito) fino al 3 maggio. “Uniform. Into the work/ Out of the work” comprende una mostra collettiva sulle uniformi da lavoro nelle immagini di 44 fotografi internazionali e un’esposizione monografica di Walead Beshty che raccoglie centinaia di ritratti di addetti ai lavori del mondo dell’arte per i quali l’abbigliamento professionale è segno distintivo, una sorta di tacito codice dell’anti-uniforme. Curato da Urs Stahel, questo progetto presenta, attraverso oltre 600 scatti, le varie tipologie di abbigliamento indossate dai lavoratori in contesti storici, sociali e professionali differenti. Si tratta quindi di una sorta di viaggio tra le uniformi: dalle casacche da lavoro fotografate da Graciela Iturbide ai grembiuli dei “piccoli mestieri” del pescivendolo e del macellaio; dalle tute degli scaricatori di carbone nel porto de L’Avana ritratti da Walker Evans agli abiti dei contadini negli scatti a colori di Albe Tubke fino alle tute di lavoro delle operaie nelle officine di montaggio della Fiat di Torino immortalate da Paola Agosti. E ancora, i vestiti formali degli impiegati, le tute nere dei minatori, i guanti di sicurezza della Toshiba.

“In tutto il mondo si distingue ancora oggi tra colletti blu e colletti bianchi, due espressioni che si sono imposte in molte lingue della società industrializzata – annota il curatore –. Ispirandosi all’abbigliamento da lavoro, si opera una distinzione tra diverse forme e categorie professionali e poi sociali: da un lato la casacca o la tuta blu degli operai delle fabbriche, dall’altro il colletto bianco quale simbolo del completo giacca e pantaloni, camicia bianca e cravatta di coloro che svolgono funzioni amministrative e direttive”. In esposizione anche le immagini di alcuni tra i più importanti fotografi del mondo. Tra questi, Sebastiao Salgado che immortala il riposo di un operaio della Safety Boss Company in Kuwait, impegnato nelle operazioni di spegnimento dei pozzi petroliferi dati alle fiamme dagli iracheni nel 1991 durante la Guerra del Golfo. Le opere di Herb Ritts, Olivier Sieber, Andreas Gelpke, Andri Poli, Paolo Pellegrin e Weronica Gesicka descrivono la progressiva trasformazione dell’abbigliamento da lavoro e dell’uniforme in capi stilosi e alla moda insieme alla serie “Beauty lies within” di Barbara Davatz che fotografa alcuni commessi di H&M fuori dal contesto lavorativo. La sezione dedicata ai “Ritratti industriali” di Walead Beshty raccoglie 364 ritratti, suddivisi in sette gruppi di 52 fotografie ciascuno che raccontano i mestieri che ruotano intorno all’arte e alla cultura: artisti, collezionisti, curatori, galleristi, tecnici, direttori e operatori di musei. Con questo progetto il fotografo mette in luce la riluttanza dei soggetti da lui ritratti con una macchina di piccolo formato (e pellicola analogica di 36 mm) per l’uniformità dell’abbigliamento professionale. Ma l’effetto sortito è il contrario: con la loro voglia di stupire e di non omologarsi risultano comunque prigionieri di una certa immagine ostentatamente originale e sopra le righe.

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