Il convegno del Comitato pro canapa: risorsa infinita, ancora complicata per il tessile

Al recente convegno organizzato dal Comitato Pro Canapa di Carpi, dal titolo “Canapa, una risorsa per il futuro”, è stato Emilio Bonfiglioli, del laboratorio CQT, intervenuto verso la fine, a ricordare un limite piuttosto robusto che si frappone tra gli entusiasmi e le aspettative sull'uso della canapa nel tessile e la realtà che lo rende piuttosto complicato. Ed è la storica assenza, a Carpi, di una vera industria tessile intesa come cultura e tradizioni produttive. Per cui, ha sottolineato, ci ritroviamo da una parte, all'inizio della filiera, con un potenziale notevole in fatto di materia prima, come aveva ricordato poco prima Gianpietro Venturi, docente al Dipartimento di Scienza e Tecnologia alimentare dell'Università di Bologna, richiamando le colture e la lavorazione della canapa dominanti nelle campagne emiliano romagnole almeno fino agli anni Cinquanta. Dall'altra parte della filiera disporremmo poi di stilisti, macchine, tecnologia del taglio e del cucito e sapere della confezione per lavorare sui tessuti e ricavarne moda. Quel che manca è invece la cosa che sta in mezzo: la filatura con il relativo know how, per la quale restiamo tributari di Biella e Prato, mentre i filati in canapa, quelli che già ci sono, li importiamo dalla Cina. E proprio nel momento in cui l'Europa, come ha sottolineato Vittorio Cianci, del laboratorio Lart, ci chiede capi che durino di più e di invertire il rapporto ora nettamente squilibrato a favore delle fibre in poliestere, che costano meno e consentono effetti più ricercati, rispetto a quelle naturali, che provengono da materie prime rinnovabili, sono infinitamente più sostenibili e meno inquinanti nelle lavorazioni, possiedono requisiti prestazionali sconosciti alle sintetiche e in grado di accorciare la filiera visto che prendono le mosse da tradizioni produttive dei territori. Senza contare che già ora i costi, sia pure distanti dalle fibre discendenti dal petrolio, sono equiparabili alla lana e al cashmere e si possono dar luogo a fibre cotonizzate e miste. Ma siamo sempre lì: servono processi industriali, per arrivare a fibre naturali con titoli sottilissimi, serve una conoscenza sopraffina delle fibre e delle loro possibilità combinatorie per produrre i filati che ora siamo costretti a importare.

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