I blue-jeans e il pensiero lombare

Un brano esemplare della scrittura e del pensiero di Umberto Eco che non escludeva alcuna esperienza. E che c’entra anche un po’ con la moda e con Carpi

I blue-jeans e il pensiero lombare

“Assaporavo dopo lungo tempo un pantalone che, anziché serrarsi alla vita, si appoggiava alle anche dato che è proprio del blue-jean far pressione sulla regione lombo-sacrale e sostenersi non per sospensione ma per aderenza”

Qualche settimana fa, su questa stessa pagina, Luca Goldoni ha scritto un divertente servizio dalla costa adriatica sulle sventure di chi porta, per ragioni di moda, i blue-jeans e non sa più come sedersi e come distribuire l’apparato riproduttivo esterno. Credo che il problema aperto da Goldoni sia denso di riflessioni filosofiche, che vorrei proseguire per conto mio e con la massima serietà, perché nessuna esperienza quotidiana è troppo vile per l’uomo di pensiero ed è ora di far camminare la filosofia, oltre che sui propri piedi, sui propri lombi. Ho portato blue-jeans sin da quando se ne portavano pochi e comunque solo in vacanza. 

Li trovavo e li trovo molto comodi specie in viaggio, perché non ci sono problemi di piega, strappi, macchie. Oggi si portano anche per bellezza, ma sono prima di tutto molto utili. Solo che da parecchi anni avevo dovuto rinunciare a questo piacere, perché ero ingrassato. E’ vero che a cercar bene si trova la misura extra large (da Macy’s, a New York, trovate blue-jeans anche per Oliver Hardy) ma sono, oltre che di vita, di gamba larga, si può anche portarli, ma non è un bel vedere.

Recentemente, riducendo gli alcolici, ho perso quel numero di chili sufficiente per riprovare un blue-jeans quasi normale. Ho passato il calvario descritto da Goldoni, con la ragazza del negozio che diceva “stringa, vedrà che poi si adattano” e sono partito, senza dover tirare indietro la pancia (non scendo a compromessi del genere). Tuttavia assaporavo dopo lungo tempo un pantalone che, anziché serrarsi alla vita, si appoggiava alle anche, dato che è proprio del blue-jean far pressione sulla regione lombo-sacrale e sostenersi non per sospensione, ma per aderenza.

La sensazione era, a distanza di tempo, nuova. Non facevano male, ma facevano sentire la loro presenza. Per elastica che fosse, avvertivo intorno alla seconda metà del mio corpo una armatura. Non potevo, volendo, volgere o dimenare il ventre dentro i pantaloni, ma dovevo semmai volgerlo e dimenarlo insieme ai pantaloni. Il che suddivide, per così dire, il proprio corpo in due zone indipendenti, una affrancata dagli abiti, sopra la cintola, e l’altra che si identifica organicamente con l’abito, immediatamente da sotto la cintola sino ai malleoli. Ho scoperto che i miei movimenti, il modo di camminare, di voltarmi, di sedermi, di affrettare il passo, erano diversi. Non più difficili o più facili, ma sicuramente diversi.

Di conseguenza io vivevo sapendo di avere i jeans, mentre di solito si vive dimenticando di avere mutande o pantaloni. Io vivevo per i miei blue-jeans, e di conseguenza adottavo il portamento esteriore di uno che porta i jeans. In ogni caso adottavo un contegno. È curioso che l’indumento per tradizione più informale e antietichettale sia quello che più impone una etichetta. Di solito sono sguaiato, mi seggo come viene, mi abbandono dove mi piace senza pretese di eleganza; i blue-jeans mi controllavano questi gesti, mi facevano più educato e maturo. Ne ho ragionato a lungo, specie con consulenti del sesso opposto. Dalle quali ho appreso ciò che peraltro avevo già sospettato, che per le donne esperienze del genere sono consuete, perché tutti i loro indumenti sono sempre stati concepiti per conferire un portamento: tacchi alti, guepière, reggiseni a stecca, reggicalze, magliette strette strette.

Ho pensato allora quanto nella storia della civiltà l’abito come armatura abbia influito sul contegno e di conseguenza sulla moralità esteriore. Il borghese vittoriano era rigido e compassato a causa dei colletti duri, il gentiluomo ottocentesco era determinato nel suo rigore da redingote attillate, stivaletti, cilindri che non permettevano bruschi movimenti della testa. Se Vienna fosse stata all’equatore e i suoi borghesi avessero girato in bermuda, Freud avrebbe dovuto descrivere gli stessi sintomi nevrotici, gli stessi triangoli edipici? E li avrebbe descritti nello stesso modo se lui, il dottore, fosse stato uno scozzese in kilt (sotto il quale, come è noto, è buona regola non portare neppure lo slip)?

Un indumento che comprime i testicoli fa pensare in modo diverso; le donne, durante i loro periodi mestruali, i sofferenti di orchite, emorroidi, uretriti, prostatiti e simili sanno quanto le compressioni o le sofferenze alla zona ileo sacrale incidano sull’umore o sull’agilità mentale. Ma lo stesso si può dire (forse in misura minore) del collo, delle spalle, della testa, dei piedi. Una umanità che ha imparato a girare con le scarpe ha orientato il proprio pensiero in modo diverso di quanto non avrebbe fatto se avesse girato a piedi nudi. E’ triste, specie per i filosofi di tradizioni idealistiche, pensare che lo Spirito abbia origine da questi condizionamenti, ma non solo è così, il bello è che lo sapeva anche Hegel, e perciò studiava le bozze craniche individuate dai frenologi, e proprio in un libro che si intitolava “Fenomenologia dello Spirito”. Ma il problema dei miei jeans mi ha spinto ad altre osservazioni. Non solo l’indumento mi imponeva un contegno: focalizzando la mia attenzione sul contegno mi obbligava a vivere verso l’esterno. Riduceva cioè l’esercizio della mia interiorità. Per gente che fa la mia professione, è normale  camminare pensando ad altro, all’articolo da scrivere, alla conferenza da tenere, ai rapporti tra l’Uno e i Molti, al governo Andreotti, a come si mette il problema della redenzione, se c’è vita su Marte, all’ultima canzone di Celentano, al paradosso di Epimenide. E’ quella che nel nostro ramo chiamiamo vita interiore. Bene, coi nuovi blue-jeans la mia vita era tutta esteriore: io pensavo al rapporto tra me e i pantaloni, e il rapporto tra me coi pantaloni e la società circostante. Avevo realizzato l’eterocoscienza, ovvero un’autocoscienza epidermica. 

Mi sono allora reso conto che i pensatori, nel corso dei secoli, hanno lottato per disfarsi dell’armatura. I guerrieri vivevano nell’esteriorità, tutti fasciati di loriche e cotte, ma i monaci avevano inventato un abito che, mentre assolveva da solo alle esigenze di contegno (maestoso, fluente, tutto d’un pezzo in modo da cadere in pieghe statuarie,, lasciava il copro (dentro, sotto) completamente libero e dimentico di sé. I monaci erano ricchi di interiorità e sporchissimi: perché il copro, difeso da un abito che nobilitandolo lo affrancava, era libero di pensare e di dimenticarsi. Idea che non era soltanto ecclesiastica, e basti pensare alle belle palandrane di Erasmo. E quando anche l’intellettuale si deve vestire con armature laiche /parrucche, giubbetti, culottes) vediamo che quando si ritira a pensare si pavoneggia astutamente in ricche vestaglie o liberi camicioni drolatique, alla Balzac. Il pensiero aborre la calzamaglia.

Ma se è l’armatura che impone di vivere nell’esteriorità, allora la millenaria soggezione femminile è dovuta anche al fatto che la società ha imposto alla donna armature che la spingevano a trascurare l’esercizio del pensiero. La donna è stata schiavizzata dalla moda, non soltanto perché, imponendole di essere attraente, di tenere un contegno etereo, grazioso, eccitante, la rendeva oggetto sessuale; è stata schiavizzata soprattutto perché le macchine vestimentarie che le venivano consigliate le imponevano psicologicamente di vivere per l’esteriorità. Il che ci fa pensare quanto una ragazza dovesse essere intellettualmente dotata ed eroica per diventare, con quei vestiti, Madame de Sevigné, Vittoria Colonna, Madame Curie o Rosa Luxemburg. La riflessione ha qualche valore perché ci induce a scoprire che, simbolo apparente di liberazione e di parità con gli uomini, i blue-jeans che la moda impone oggi alle donne sono un’altra trappola del Dominio; perché non liberano il copro, bensì lo sottomettono a un’altra etichetta e lo imprigionano in altre armature che non sembrano tali perché apparentemente non sono “femminili”.

Come riflessione finale: imponendo un contegno esteriore, gli abiti sono artifici semiotici ovvero macchine per comunicare. Questo lo si sapeva, ma non si era ancora tentato il parallelo con le strutture sintattiche della lingua che, a detta di molti, influiscono sul modo di articolare il pensiero. Anche le strutture sintattiche del linguaggio vestimentario influenzano il modo di vedere il mondo e in modo molto più fisico della consecutio temporum o dell’esistenza del congiuntivo. Guardate un poco da quante vie misteriose passa la dialettica tra oppressione e liberazione, e la dura lotta per fare luce.

Anche dall’inguine.
 

Né alta né bassa, solo cultura

Chi siamo noi, modesto periodico locale, per sentirci autorizzati ad aggiungere la nostra flebile voce, alle tante molto più autorevoli che si sono pronunciate in questi giorni sul valore dell’opera di Umberto Eco, sulla sua cifra intellettuale, sul significato della sua opera sterminata? Nessuno, ovviamente. Ma, attenuatosi il turbine celebrativo, sentiamo di dovergli anche da qui qualche cosa. Non fosse per quell’essere stato, lui, l’eversore dei compartimenti stagni nella cultura, il sovvertitore delle gerarchie fra il serio e il faceto, fra un presunto piano alto e un presunto piano basso nell’interpretazione della realtà, fra l’occhio lungo della filosofia e quello fatuo della quotidianità. 

Per chi sia cresciuto e si sia formato nelle aule universitarie nel periodo tra il 1968 e il 1977, tra la rivolta sociale e quella culturale che attraversò gli atenei italiani in quel decennio (e sono tanti gli studenti di Carpi che si sono formati al “suo” Dams)  Umberto Eco resterà per sempre l’intellettuale che ha riassunto su di sé il senso di un sovvertimento di visioni rispetto all’Italia ereditata dal fascismo e dall’amministrazione democristiana. Un sovvertimento cominciato prima nella società e nell’economia, con la crescita impetuosa degli anni Sessanta e i conflitti che generò, e poi riversatosi nella costruzione di un nuovo senso da dare alla realtà, perché quello vecchio, ingessato nei valori trasmessi pari pari dal vecchio al nuovo regime, non bastava più. 

Nel nostro piccolo, quel sovvertimento delle gerarchie intellettuali nel quale Umberto Eco è sempre stato maestro, accreditando nell’universo dei segni anche espressioni “plebee” o ultrapopolari come i fumetti, il cinema, le canzonette di Sanremo e Mike Bongiorno, lo abbiamo affidato a una rubrica, “Micromega”, con la quale Giuliano Albarani delizia da anni i lettori di Voce e ora, anche di voce.it

Oggi, invece, per ricordare il grande intellettuale scomparso, pubblichiamo un suo articolo, apparso sul Corriere della Sera il 12 agosto 1976 e ripreso in “Sette anni di desiderio” del 1983. Lo abbiamo scelto, perché ci sembra esemplare di quel suo curiosare instancabile tra i diversi piani di realtà e, al di là dei riferimenti a Celentano e al governo Andreotti, tuttora attualissimo. E perché i jeans si portano molto, ma molto stretti.

La testimonianza di un suo allievo

Marinelli: “Sembrava controllare il mondo e divertirsi un sacco”

 

Bologna – Si sono incrociate più volte le strade di Umberto Eco e del carpigiano Maurizio Marinelli, editore, art director e direttore editoriale e della comunicazione della Fondazione Isabella Seragnoli di Bologna. Forse il primo, a Carpi, a iscriversi nel 1976 al Dams appena fondato da Eco, Marinelli ne ricorda bene le lezioni: «Quelle di Semiotica – sottolinea – erano particolarmente ardue, ma Eco aveva una capacità narrativa straordinaria che le rendeva molto divertenti: ricordo che con noi studenti si mescolava un gruppo di signore della Bologna bene che veniva ad assistervi perché lui le affascinava. Il che spiega le code che si formavano un’ora prima della lezione, per poter trovar posto nell’aula». Nel 1993, volendo specializzare in scienze della comunicazione la propria casa editrice Baskerville fondata nel 1986, Marinelli chiese e ottenne da Eco una lettera di presentazione per il Media Lab di Boston collegato al Mit, consentendogli di conoscere Nicholas Negroponte e i guru di quel laboratorio in cui si studiavano sistemi per interfacciare l’uomo e il computer. E fu così che la Baskerville poté diventare in Italia la più autorevole casa editrice nel settore dei nuovi media e fra le prime aziende a poter utilizzare una connessione internet, una cosa permessa all’epoca solo alle Università. «Non ho mai saputo, poi – riprende Marinelli – se il nome del protagonista del Nome della Rosa, Guglielmo di Baskerville, gli sia stato suggerito da quello della nostra casa editrice che pubblicò un libro di Michele Cogo “Fenomenologia di Umberto Eco”. Fatto sta che, dopo averlo perso di vista, con Eco ci siamo ritrovati due anni fa, quando la Fondazione Seragnoli gli commissionò, per la collana “Incontri” edita da Asmepa, Accademia delle Scienze di medicina palliativa, specializzata in libri sul tema della malattia e della morte, un saggio che lui intitolò “Riflessioni sul dolore”. È stato poi pubblicato nel 2015 e ho rivisto Eco poche settimane fa per concordare con lui l’edizione in inglese che uscirà a breve. All’origine di quel saggio – ricorda ancora Marinelli – ci fu un pranzo indimenticabile nella mensa del convento di San Domenico, a Bologna, con il professore, il sottoscritto, Isabella Seragnoli, Stefano Bonaga e il Priore di San Domenico. Fu un autentico show di fioretti letterari, citazioni dotte, confronto di intelligenze e umorismo nel quale Eco si ritrovò a duettare con il Priore. Lui era così: divertente e capace di tenerti avvinto per ore, ma anche di incutere timore per la sua autorevolezza. Avevi infatti la sensazione di trovarti di fronte a uno inarrivabile, quanto a sapere, e che poteva smentire qualunque cosa ti dicesse, sommergendoti con una marea di citazioni. Dava l’impressione – conclude Marinelli – di tenere sotto controllo il mondo e di divertirsi un sacco».

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