Gastroenterologo di Carpi nella trincea della prevenzione delle malattie complesse del fegato

Dario Saltini, 33 anni, è nel team del Policlinico che a Barcellona ha presentato una strategia innovativa per regolare il flusso del sangue nel fegato

A soli 33 anni, Dario Saltini, carpigiano, ex alunno del liceo Fanti, medico laureato a UniMoRe con specializzazione in Gastroenterologia, fa parte dal 2018 del Laboratorio di Emodinamica epatica e del Tips Team del Policlinico diretto dal professor Filippo Schepis. A fine maggio, il team modenese si è segnalato all'Easl Congress 2026 di Barcellona, considerato il maggior evento europeo dedicato alla salute del fegato con la partecipazione di oltre 8mila professionisti provenienti da tutto il mondo, presentando una strategia innovativa per il posizionamento del Tips, una piccola protesi che viene inserita nel fegato, passando per una vena del collo e senza interventi chirurgici. Il medico carpigiano, attualmente assegnista di ricerca con integrazione assistenziale, ricercatore, cioè, ma anche medico di reparto, ha seguito in prima persona il progetto, che ha riscosso un particolare interesse, diventando oggetto della general session del Congresso.

Dottor Saltini, può aiutarci a spiegare in che cosa consiste il progetto?

«E' vero che ha una sua complessità tecnica e procedurale, ma si basa su un concetto molto semplice: abbassare la pressione nelle vene dell'addome che portano sangue al fegato. I primi esperimenti sono relativamente recenti. Risalgono agli anni Settanta Ottanta e fin da subito si sono dimostrati di grande efficacia nell'abbattere questo aumento di pressione, semplicemente inserendo una protesi che garantisce il deflusso del sangue, facilitandone il transito nel fegato. In questo modo la pressione cala in maniera netta»

E non ci sono controindicazioni per una procedura che a occhio parrebbe piuttosto invasiva?

«Il problema è che da questo abbattimento della pressione deriva una serie di complicanze per la vita del paziente. Più sangue si devia dal fegato più è facile che tossine di derivazione intestinale provochino effetti di confusione, di rallentamento psicomotorio, racchiusi nella definizione di encefalopatia epatica. Oltre a un forte sovraccarico del cuore. E' il motivo per cui, a seguito di queste osservazioni, siamo andati a sperimentare protesi di diametro sempre più piccolo in modo da trovare il giusto bilanciamento tra abbattimento della pressione e prevenzione e riduzione delle complicanze indotte. Non avendo fin da subito una protesi prodotta con queste specifiche caratteristiche, il professor Schepis, con una serie di esperimenti cominciati nel 2018, ha pensato di sfruttare la resistenza fisica che offre un fegato malato e che per questo acquisisce una particolare rigidità, così da poter contenere l'espansione di queste protesi metalliche. La strategia della sottodilatazione che abbiamo presentata a Barcellona, nasce giusto per trovare il giusto equilibrio: si parte da un'apertura più contenuta della protesi, calibrata sul singolo paziente in base alla risposta clinica»

La si direbbe quasi un'invenzione di tipo meccanico...

«Direi di fluidodinamica, tant'è che per scherzo fra di noi ci diamo degli idraulici. Tutto nasce proprio da questa osservazione. Si è visto che, oltre a funzionare bene, garantisce non solo una riduzione delle complicanze, ma paradossalmente permette di migliorare la sopravvivenza in termini di anni, perché sovraccarica meno gli altri organi e limita lo stress dato al fegato. Questa esperienza nasce da uno studio italiano guidato da Modena e Firenze e che ha poi superato i confini nazionali. E' diventato una collaborazione europea, con la partecipazione anche di un gruppo indiano, molto opportuna per raccogliere le singole esperienze unirle e creare dei dati basati su evidenze importanti. La comunità scientifica l'ha recepita in modo molto netto e si sta vivendo un cambio di paradigma: questo approccio è stato alla base delle linee guida che si sono definite lo scorso aprile a Baveno, ma poi ha anche guidato lo sviluppo degli stent (i dispositivi tubolari che si inseriscono nei vasi sanguigni, ndr) , tant'è che proprio quest'anno ne è uscito uno prodotto da un'industria specifica che avrà queste caratteristiche»

Veniamo alla domanda che ci si aspetta a questo punto: a che serve abbassare la pressione del sangue nelle vene del fegato, agevolandone il flusso con questa protesi che voi chiamate stent o Tips?

«E' una terapia specifica per pazienti con cirrosi avanzata di qualsiasi natura, dipendente da un eccesso di consumo alcolico, ma anche per malattie che vediamo sempre più di frequente, connesse alla cosiddetta sindrome metabolica, quindi complicanze legate all'obesità o all'accumulo di colesterolo»

La cirrosi da sola, dunque, non spiega i problemi del fegato...

«No, questo è un luogo comune da combattere, perché sempre più si legano a diabete, obesità e alla sindrome metabolica di cui le dicevo. E' un elemento nuovo: esistono cause di ipertensione portale, cioè di aumentata pressione nelle vene che dall'addome attraversano il fegato, di origine non cirrotica, assolutamente non associabili a una malattia delle cellule del fegato. Sono piuttosto forme di una malattia che colpisce proprio i vasi dell'organo. E' una conoscenza relativamente recente. Risale al 2020, ma ci si sta rendendo conto che in passato si classificava tutto come cirrosi, quando in realtà molti casi consistevano in queste forme che nulla hanno a che fare con la cirrosi»

Dovute alla ragioni di cui diceva, come obesità e accumulo di colesterolo?

«Non solo. Ci sono manifestazioni tendenzialmente collegate a una predisposizione genetica, associabili ad alcuni farmaci, specie chemioterapici. Lo vediamo in pazienti che hanno ricevuto terapie di questo tipo. Ma basta anche una predisposizione immunitaria e genetica, per cui ci sono persone completamente sane che poi sviluppano dei sintomi e arrivano a questa condizione. E' una triste novità, ma è importante conoscerla perché vediamo che un trattamento specifico migliora molto la qualità di vita del paziente. Sono qui dal 2018, ma ho già potuto notare questo cambiamento nell'epidemiologia. Si vedono praticamente scomparire le forme virali legate all'epatite che con i farmaci si controlla molto bene, anche se non è ancora del tutto debellata, ma aumentano queste nuove forme metaboliche non cirrotiche».

Nelle foto, Dario Saltini, con il professor Filippo Schepis e con il Tips Team del Policlinico