Un lavoro di dieci anni sulle radici della violenza

L'anniversario del Centro Antiviolenza Vivere Donna Onlus

Un lavoro di dieci anni sulle radici della violenza

Il centro antiviolenza Vivere Donna onlus, compie dieci anni e, oltre ai festeggiamenti, coglie l’occasione per fare il punto sul lavoro svolto fino a oggi. Molto è cambiato rispetto agli anni scorsi nella sensibilità delle persone e nei rapporti con le istituzioni, ma tanto altro resta ancora da fare.

 

Sono 65 le donne che hanno chiesto aiuto al centro nel corso del 2018, di cui 42 sono, a tutti gli effetti, nuovi casi. Si tratta per la maggioranza di donne italiane (31 su 42) e solo in minor parte straniere, molte con figli a carico. Come spesso accade, la violenza fisica (denunciata nel 61,5 per cento dei casi) è accompagnata da quella sessuale (21,5 per cento dei casi), psicologica (90,8 per cento di denunce) ed economica (53,8 per cento).

Oggi, il centro antiviolenza, conta 30 volontarie e 4 sportelli sul territorio dell’Unione Terre d’Argine, uno in ogni Comune, per garantire accoglienza a tutte le donne residenti e non. Le operatrici hanno festeggiato questo traguardo giovedì scorso, durante una cena al circolo Guerzoni, a cui hanno partecipato un centinaio di persone tra amici e sostenitori. È stata l’occasione per ripercorrere questi anni di lavoro e ringraziare pubblicamente coloro che, più di altri, hanno dimostrato il loro appoggio alla onlus, tra cui Oscar Sacchi, che ha prestato la sua matita per il logo e diverse grafiche dell’associazione, Giulio Lazzaretti, del Comitato Soggiorni Anziani, che da anni versa sostanziosi contributi al centro e Barbara Franzoni, presidente della Banca del Tempo per la generosa donazione versata lo scorso anno. A margine della serata abbiamo rivolto qualche domanda all’attuale presidente del centro, l’avvocata Laica Montanari.

 

Quanto è cambiato il fenomeno in dieci anni?

«Dieci anni fa non ne parlava nessuno e quando si portava il problema alla luce c’era ancora stupore e sorpresa perché era un fenomeno sommerso. Oggi c’è sicuramente più attenzione, da parte di tutti, ma a volte sfocia nell’insofferenza. Eppure si tratta di un problema in continuo aumento, al di là del numero delle denunce»

 

Qual è il motivo di questa violenza?

«Sicuramente la forza di emancipazione delle donne provoca una reazione opposta. Gli uomini hanno perso i punti di riferimento e non hanno ancora capito dove collocarsi»

Per certi versi ultimamente si nota una regressione, almeno a livello politico, rispetto ai diritti delle donne. Cosa ne pensa?

«Dal punto di vista politico non sta a me giudicare, vedremo che effetti provocherà questa ondata conservatrice. Credo che le persone non siano disposte a perdere davvero certi diritti. Quello che mi preoccupa davvero è la poca consapevolezza che notiamo tra ragazze e ragazzi nelle scuole, quando facciamo corsi di formazione: i giovanissimi sono molto più vittime degli stereotipi di quanto lo fossero le donne in passato. Tante non sanno riconoscere la violenza, né sono consapevoli della libertà di cui godono. C’è ancora tanto da fare con loro»

 

Guardandovi indietro, quanta strada avete percorso finora?

«Siamo soddisfatte perché siamo riuscite a portare all’attenzione della cittadinanza questo fenomeno. Lo abbiamo capito, abbiamo trovato le radici e stiamo lavorando per estirparle. Non possiamo dare niente per assodato però, la strada è ancora lunga e le cose possono cambiare».

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