Hanno trascorso un'ora e tre quarti a convincersi l'un l'altro, maggioranza, minoranza e, ovviamente, la Giunta, che l'atto di assenso alla variante di Piano per l'apposizione di un vincolo espropriativo per due ettari di terreno agricolo sui quali sorgeranno altrettanti Bess (batterie di accumulo di energia prodotta dai vicini impianti agrivoltaici) era inevitabile. E questo, intanto per tutti i discorsi che si possono fare – e li hanno fatti – sul giusto impulso dell'Ue a incentivare le rinnovabili e all'obiettivo dell'autonomia e dell'eliminazione della dipendenza energetica drammaticamente evidenziate dalle guerre in corso. E poi per un quadro legislativo che vede i territori e le autonomie locali soccombere alle norme governative e regionali per cui l'atto di assenso diventava una formalità. Tanto più che, come si è visto in altre circostanze, se anche qualche Consiglio comunale si opponesse, il suo parere sarebbe tranquillamente bypassato dalla volontà dei tanti altri enti sovraordinati che fanno parte della Commissione per l'autorizzazione unica istituita presso l'Arpae. Si è notata semmai qualche modulazione diversa, nel clima di rassegnata accettazione. La consigliera civica Monica Medici, per esempio, ha insistito sull'errore fatto a monte, quello cioè di non aver creato le condizioni perché gli impianti da agrivoltaici fossero tramutati in fotovoltaici installabili su capannoni, tetti e parcheggi anziché in campagna. E la capogruppo di Fratelli d'Italia, Annalisa Arletti, schierata ovviamente dalla parte della rigidità del governo per il raggiungimento degli obiettivi assegnati dall'Europa ("Questi 6,3 gigawatt l'Emilia Romagna li deve produrre”) ha preso di mira la legge regionale di delimitazione delle aree idonee, che a suo parere avrebbe dovuto tenere in maggior considerazione che alcuni territori hanno già dato più di altri. L'allusione era evidentemente a Fossoli, destinazione di tutti gli impianti tecnologici, ha sottolineato la collega di partito Federica Boccaletti. segue