Congedarsi senza disturbo, Angolo di poesia

Congedarsi senza disturbo, Angolo di poesia

Maggio 2019, poco più di un anno fa, sui gradoni dell’Arena di Verona, con altre migliaia di persone, ascoltavo la musica inconfondibile scritta e diretta da lui, il Maestro, l’amato Ennio Morricone che ora piangiamo. Pensavo: “Conosciamo questi brani a memoria, sentiti nei film visti e rivisti, ascoltati nei video, ma come i bambini restiamo incantati sempre con la stessa storia”. Potenza dell’arte, magìa del genio e della musica. Pensavo anche alla sua tempra, alla disinvoltura con cui stava in piedi, al fatto che, comunque, 90 anni portano fragilità e l’energia cambia. Allora sorridevo fra me e me, perché avevo sentito un aneddoto che raccontava come Ennio Morricone detestasse uscire a camminare per la passeggiata come gli anziani (aveva altro da fare) e allora, per tenersi in forma e sgranchirsi le gambe, aveva calcolato di camminare avantindietro per stanze e corridoi di casa, intorno ai tavoli, per un tot di chilometri, cosicché la moglie Maria lo vedeva passare centinaia di volte, sapendo che era “fuori” ma stava comunque componendo, nella sua mente. “Però. Si vede che funziona”, dicevo tra me e me a vederlo così, diritto e tranquillo davanti ai nostri applausi. Abbiamo sentito e letto ovunque cosa è accaduto, come è morto, come si è espresso nel suo ultimo congedo: con modestia, con amore e riconoscenza per i suoi cari e gli amici e il pubblico e...senza volere disturbare. Un grande, da ogni punto di vista. Da questo Angolo di Poesia, con ammirazione commossa, gli dedichiamo una delle composizioni più note di un altro grande poeta, Giorgio Caproni, che guarda il caso, aveva iniziato con la musica la sua espressione artistica, suonando il violino e studiando composizione; poi la musica delle parole ha preso il sopravvento.

Amici, credo che sia
meglio per me cominciare
a tirar giù la valigia.
Anche se non so bene l’ora
d’arrivo, e neppure
conosca quali stazioni
precedano la mia,
sicuri segni mi dicono,
da quanto m’è giunto all’orecchio
di questi luoghi, ch’io
vi dovrò presto lasciare.
Vogliatemi perdonare
quel po’ di disturbo che reco.
Con voi sono stato lieto
dalla partenza, e molto
vi sono grato, credetemi,
per l’ottima compagnia.
Ancora vorrei conversare
a lungo con voi. Ma sia.
Il luogo del trasferimento
lo ignoro. Sento
però che vi dovrò ricordare
spesso, nella nuova sede,
mentre il mio occhio già vede
dal finestrino, oltre il fumo
umido del nebbione
che ci avvolge, rosso
il disco della mia stazione.
Chiedo congedo a voi
senza potervi nascondere,
lieve, una costernazione.
Era così bello parlare
insieme, seduti di fronte:
così bello confondere
i volti (fumare,
scambiandoci le sigarette),
e tutto quel raccontare
di noi (quell’inventare
facile, nel dire agli altri),
fino a poter confessare
quanto, anche messi alle strette,
mai avremmo osato un istante
(per sbaglio) confidare.
(Scusate. È una valigia pesante
anche se non contiene gran che:
tanto ch’io mi domando perché
l’ho recata, e quale
aiuto mi potrà dare
poi, quando l’avrò con me.
Ma pur la debbo portare,
non fosse che per seguire l’uso.
Lasciatemi, vi prego, passare.
Ecco. Ora ch’essa è
nel corridoio, mi sento
più sciolto. Vogliate scusare.)
Dicevo, ch’era bello stare
insieme. Chiacchierare.
Abbiamo avuto qualche
diverbio, è naturale.
Ci siamo – ed è normale
anche questo – odiati
su più d’un punto, e frenati
soltanto per cortesia.
Ma, cos’importa. Sia
come sia, torno
a dirvi, e di cuore, grazie
per l’ottima compagnia.
Congedo a lei, dottore,
e alla sua faconda dottrina.
Congedo a te, ragazzina
smilza, e al tuo lieve afrore
di ricreatorio e di prato
sul volto, la cui tinta
mite è sì lieve spinta.
Congedo, o militare
(o marinaio! In terra
come in cielo ed in mare)
alla pace e alla guerra.
Ed anche a lei, sacerdote,
congedo, che m’ha chiesto se io
(scherzava!) ho avuto in dote
di credere al vero Dio.
Congedo alla sapienza
e congedo all’amore.
Congedo anche alla religione.
Ormai sono a destinazione.
Ora che più forte sento
stridere il freno, vi lascio
davvero, amici. Addio.
Di questo, sono certo: io
son giunto alla disperazione
calma, senza sgomento.
Scendo. Buon proseguimento.

Prometto che incontreremo ancora questo poeta; anche lui “Scusate il disturbo”, dice ai suoi compagni di viaggio. E li ringrazia. E noi...? come faremo a ringraziare voi, che ci avete dato tanto?

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