La disperazione di Penelope, Angolo di poesia

La disperazione di Penelope, Angolo di poesia

Ogni promessa è debito; ne ho fatte alcune, ultimamente e confesso la mia gratitudine a chi mi ha chiesto di mantenerle. Comincio da lei, Penelope, la paziente la saggia abile femmina che tiene a bada una banda di bulli arroganti, lei che non perde la speranza; mica c’erano le comunicazioni di oggi, ma a lei nemmeno un segno indiretto che il marito poteva, forse, essere vivo... Per dire, un naufrago che avesse riferito qualche news del post Troia... No, niente, silenzio, sola, per venti anni. Ve li ricordate gli occhi neri severi e tristi di una splendida Irene Papas nello sceneggiato televisivo del 1968, con lettura introduttiva di Giuseppe Ungaretti? Ognuno/a di noi può immaginare questo mitico incontro agnizione, io mi sono innamorata della versione di un grande fra i più grandi poeti greci del Novecento: Ghiannis Ritsos, che la scrisse proprio nel 1968.

LA DISPERAZIONE DI PENELOPE
Non era possibile che non lo riconoscesse alla luce del focolare; non c’erano i panni logori del mendicante, il travestimento, no; segni certi: la cicatrice sul ginocchio, la forza, la furbizia nell’occhio. Terrorizzata, appoggiando la schiena al muro, cercava una giustificazione, ancora un intervallo di tempo di breve durata, per non rispondere, per non tradirsi. Per lui, dunque, aveva speso vent’anni, venti anni di attesa e di sogni, per quest’infelice, per questo vecchio grondante sangue? Si lasciò cadere su una sedia guardò lentamente i pretendenti morti sul pavimento, come se guardasse i suoi propri desideri morti. E: ”Bentornato”, gli disse, sentendo estranea, lontana la sua voce. Sulle ginocchia il telaio suo riempiva il soffitto di ombre a forma di grata; e quanti uccelli aveva tessuto con cuciture rosse lucenti su fogliame verde, all’improvviso, quella notte del ritorno, finirono in nera cenere volando basso nel cielo piatto dell’estrema sofferenza. (da “Pietre Ripetizioni Sbarre” Einaudi 1978. Trad. italiana)

Quel famoso inconcludente telaio proietta un’ombra sul soffitto che diventa una griglia di sbarre prigione, i colori vivaci tessuti in passato inceneriscono e la cruda realtà della vecchiaia e del tempo vissuto lontani, rende estraneo lo sposo tanto atteso. Abbiamo sentito racconti simili, di smarrimento e sconforto, dopo anni di assenza di mariti dati per dispersi in Russia e poi tornati, magari con altri figli lasciati alle donne che li avevano aiutati e ospitati. Anche Ulisse ne sapeva qualcosa, pare. “Per lui, dunque, aveva speso vent’anni, vent’anni di attesa e di sogni, per questo infelice vecchio grondante sangue?”.

Ghiannis Ritsos nasce a Monemvassìa l’1 maggio 1909. Davanti alla casa natìa, molto amata e perduta, c’è un suo busto, all’inizio dell’abitato, che guarda il mare (“oh Thàlassa, Thàlassa!” in greco sostantivo femminile, “oh mare, mare!”. Inizio e deposito della storia e della cultura greca).

La Grecia in ogni istante in ogni luogo muta solitaria conoscenza
La Grecia nascosta ci dà pena

morte procreazione amore
Poi di nuovo l’amore
L’afflitta Grecia universale

La Grecia, dunque. E i poeti che per lui sono “i belli, i solitari, gli indifesi, i silenziosi, i fieri quelli che s’innamorano delle statue”. Cento e più volumi di poesia, quattro di teatro, prose, saggi, traduzioni, nonostante il suo andirivieni per sanatori e la necessità di molti lavori per vivere, compresi l’attore e il ballerino – era bellissimo – e la costrizione al confino per la opposizione al regime durante il colpo di stato del 1967.

La tua prima e ultima parola
Fu detta dall’amore e dalla rivoluzione.
Tutto il tuo silenzio fu detto dalla poesia.

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