Magrelli e Gaber tra frammenti di corporeità, Angolo di poesia

Magrelli e Gaber tra frammenti di corporeità, Angolo di poesia

Porto nel corpo viti, fisse, nascoste e sembrano dare al passo un fervore meccanico. Stringendole accordo lo strumento, ogni suo cavo, lo tempero e ne regolo il gioco sull’infisso metallico come una stella chiaro che mi brilla nell’anca. Non sono certa che la protesi/ stella del poeta Valerio Magrelli sia sua, reale o solo lo abbia ispirato la dovizia di riparazioni e sostituzioni, viti che fissano le ossa come quelle che vediamo ahimè ancora sui muri crepati di certe zone terremotate. Attualmente ce ne sono molte a disposizione per gli acciacchi del nostro corpo, che noi pretendiamo bello perennemente sano e possibilmente sempre giovane. Il distanziamento dei nostri corpi, i baci non osati, gli abbracci solo mimati, i gomiti sfregati in questi mesi del 2020 e siamo certi ormai ancora a lungo, fanno sentire il loro effetto su come ci sentiamo convivere con il nostro corpo (a parte “ la prova costume”). Valerio Magrelli (Roma, 1957) è un poeta, vincitore di molti premi, traduttore di vari autori francesi, Mallarmè, Valéry, Verlaine... (premio nazionale per la traduzione), professore universitario, collabora con varie testate giornalistiche; ironico, di conversazione e presenza piacevole, capace di immagini folgoranti come questa stella che brilla nell’anca oppure – cito a memoria/ – “la morte araba” dei cibi per dire “il caffè”. In clima vacanziero svagato e distratto, mi è venuto pensato “...e se non si tirano bene le viti, fisse, nascoste...e se non lo si accorda e tempera... questo nostro corpo...!? Finisce...che perdiamo i pezzi”.

Fulmineo esilarante inossidabile (1973) non potevo non proporvi lui, mitico per sempre, grande: poeta, musicista, amato Giorgio Gaber.

QUELLO CHE PERDE I PEZZI

Il polpaccio, nella mia vita non è determinante, ne posso
benissimo fare a meno.
Quando mi è caduto, non me ne sono neanche accorto.
Ahi ahi ahi ahi
Perdo i pezzi ma non è per colpa mia
se una cosa non la usi non funziona
ma che vuoto se un ginocchio ti va via
che tristezza se un’ascella ti abbandona.
Che rimpianto per quel femore stupendo
ero lì che lo cercavo mogio mogio
poi dal treno ho perso un braccio
salutando mi dispiace che ci avevo l’orologio.
Che distratto, perdo sempre tutto.
Passeggiavo senza stinchi col mio amore
ho intravisto nei suoi occhi un po’ d’angoscia
io l’amavo tanto e ci ho lasciato il cuore
ci ho lasciato già che c’ero anche una coscia.
A una festa con gli amici ho perso un dito
ve l’ho detto di non stringermi la mano
son rimasto un po’ confuso e amareggiato
quando ho visto le mie chiappe sul divano.
Ahi ahi ahi ahi
Che routine, che poi uno si smonta eh.
Guarda quello lì ci ha ancora una tibia
che invidia.
C’è qualcuno che comincia a lamentarsi
c’è disordine in città io lo capisco
tutto pieno di malleoli e metatarsi
a momenti scivolavo su un menisco.
Oramai io camminavo con il petto
c’era uno senza pancia un po’ robusto
era fermo e mi guardava con sospetto
solidale ci ho lasciato mezzo busto.
Ahi ahi ahi ahi
Come tutti perdo i pezzi piano piano
c’è di buono che ragiono molto bene
ora ci ho praticamente un gran testone
e un testicolo per la riproduzione.
Ahi
Che disagio che umiliazione
Va beh, vorrà dire che non farò sport.
Ahi!

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