Una coppia originaria dell'India. Lui, 38 anni, cerca un futuro in Italia. Trova posto prima in uno stabilimento di macellazione, poi, a tempo indeterminato, in una latteria. Trova casa a Migliarina: un alloggio modesto, niente di particolare, ma è un approdo che gli dà l'opportunità di chiamare nel nostro Paese la ragazza che aveva sposato l'anno prima e che aveva subito dovuto lasciare per inseguire il proprio sogno di crearsi una vita lontano dalla situazione senza prospettive in cui erano entrambi nati e cresciuti. Il ricongiungimento dischiude ai progetti: certo, con il presupposto di tanti sacrifici, ma là in fondo c'è la costruzione di una famiglia, di un lavoro anche per lei (lo ha poi trovato facilmente), di una vita normale di casa e lavoro, di figli in arrivo, di un piccolo salto sociale dalla sopravvivenza a una condizione se non di agiatezza, almeno di una certa stabilità che permetta loro di migliorare sempre più le condizioni di partenza, ai futuri figli di andare a scuola. E magari di comprarsi una macchina. Quella che ancora non poteva permettersi, Singh Mandeep, alle 8 di sera di venerdì 22 maggio, quando spingeva a mano la propria bicicletta lungo la banchina di via Guastalla, per portarsi a casa un ventilatore appena acquistato al supermercato. Pare di vederli i due, mentre camminano l'una accanto all'altro portandosi a casa quel piccolo segno di benessere necessario ad alleviare i primi caldi. Poi, lo schianto improvviso: un furgone che procede nella loro stessa direzione travolge il ragazzo, lo sbalza a metri di distanza. Muore sul colpo, mentre lei, rimasta illesa solo perché camminava al suo fianco, ma all'interno, urla disperata durante i vani tentativi dei soccorritori di rianimare il suo uomo. Fine del sogno, addio ai progetti di una nuova vita. segue
I sogni del giovane Singh e i fautori della remigrazione
Filo di Voce domenicale del direttore Florio Magnanini
Qualcuno, anche dalle nostre parti (nome: Giulio Bonzanini; partito: Lega per Carpi), si è impegnato a raccogliere firme per la proposta di legge sulla remigrazione, che ai punti 4 e 5 recita così:
- introduzione, nel quadro di una più ampia strategia di recupero della sovranità e dell’identità nazionali, dell’istituto della remigrazione quale strumento di governo del fenomeno migratorio finalizzato a incentivare il ritorno degli stranieri (non solo quelli che delinquono, ndr) nei Paesi d’origine;
- istituzione di un accordo tra lo Stato e il singolo che consenta allo straniero regolarmente soggiornante in Italia di ricevere un contributo economico per il rientro nel Paese d’origine a fronte della rinuncia definitive e irrevocabile a ogni diritto di soggiorno e cittadinanza in Italia.
Ecco: ma in un Paese come il nostro, in cui i Singh – per dire la generazione dei trentenni – sono sempre meno o scelgono di andare a vivere altrove e in cui le famiglie unipersonali sopravanzano quelle con entrambi i coniugi e ancor più quelle con figli, mentre nei macelli e nelle latterie o sui cantieri non c'è ombra di giovani italiani, che senso ha parlare di "remigrazione”? Sono proprio i Singh e le loro giovani mogli a impedire "il recupero della sovranità e dell'identità nazionali”? Diamoci una svegliata, prima che certe parole d'ordine diventino senso comune.