''Si faceva chiamare Pci, ma era una Chiesa'': su Scintilla una riflessione di Mario Lugli. Un commento

“Chi, come chi scrive, aveva scommesso su quanto di nuovo poteva sortire dal terremoto politico dei primi anni Novanta sente di dover praticare un sano disincanto, che è qualcosa che non è ancora rassegnazione. L’incontro fra cattolici e progressisti, fra ex di qua e ex di là, è rimasta più una formula che una realtà, formula funzionale al mantenimento delle cariche di un ceto politico impiegatizio. Il centrosinistra oscilla fra l’euforia provocata da quella droga che è diventata la piazza e lo sconforto delle urne. Di progetti riformisti solidi e appetibili per l’elettorato non v’è traccia”. Così Mario Lugli sul blog cattolico Scintilla Carpi chiude una interessante riflessione dal titolo "Si faceva chiamare Pci, ma era una chiesa” su quel che è stato il Partito comunista italiano, innescata dalla recente presentazione alla Fenice di due libri come "Fischiava il vento. Una storia sentimentale del comunismo italiano” di Claudio Caprara e "L'ultima domenica del Pci” di Walter Dondi.


 

A supporto del titolo dell'opportunità cioè di scomodare più le categorie della religione che quelle della politica per comprendere la storia del Pci, Lugli sceglie alcuni esempi fra i tanti che si potrebbero portare. La beatificazione di Enrico Berlinguer, per esempio, “...sottratto a qualsiasi possibilità di giudizio analitico e critico per essere proiettato nell’iperuranio dei santi venerabili del comunismo”. O l’invocazione di Nanni Moretti, nel film Aprile, “...D’Alema dì qualcosa di sinistra” assimilabile a “quella di un credente in crisi di fede, di un fedele che sente venir meno la guida dei pastori”. Lo stesso ricorso al termine Sinistra con la maiuscola, visto che non si può più usare Comunismo attesta, secondo Lugli, “...anche nel presente il permanere della necessità di individuazione e delimitazione di un campo di appartenenza, di un termine che marchi con forza un’identità prima ancora che degli orientamenti politici”. L'autore dell'editoriale precisa che queste riflessioni provengono da uno “...di appartenenza e tradizione cattolica e democristiana”, che di quella storia non ha fatto parte, ma la conosce bene anche senza averla vissuta da dentro. Ma sono considerazioni pienamente condivisibili anche da parte di chi, quella storia, sia pure marginalmente l'ha vissuta, arrivando di suo alla conclusione che il Pci, più che un partito, appunto, rappresentasse per molti appartenenti una sorta di categoria dello spirito. E basterebbe aggiungere a quelli portati da Lugli, l'esempio degli effetti rovinosi, delle autoanalisi spietate alle quali, quasi degli esorcismi, si abbandonavano i militanti ogni volta che la notizia di uno scandalo coinvolgeva un qualche dirigente o amministratore comunista. Con ricadute laceranti sconosciute alla Dc, ben più addestrata alle cose di questo mondo, molto più ”sanamente laica dell'allora Pci” e che scandali e corruzione se li lasciava tranquillamente scivolare addosso.

 

 

Del ragionamento di Lugli, al quale ci accomuna l'aver vissuto il clima di rinnovamento dopo Tangentopoli, vanno però rilevate due lacune. La prima: non aver fatto cenno all'origine di questa confusione tra religione e politica, ovvero alla divisione del mondo in due blocchi che rendeva pressoché "naturale” l'impossibilità per il Pci di accedere alle stanze del potere secondo una normale alternanza, lasciando al grande escluso solo l'esercizio della fede e dell'ideale, a parte due o tre regioni “rosse”. Tant'è che, caduta quella barriera, dopo quasi un ventennio di travagli, scremature varie, cambi di sistemi elettorali, c'è stato “l’incontro fra cattolici e progressisti, fra ex di qua e ex di là” di cui parla Lugli con toni piuttosto critici. Sta qui, a nostro parere, la seconda lacuna del ragionamento: perché il Pd frutto di quell'incontro, merita di essere definito “più una formula che una realtà, formula funzionale al mantenimento delle cariche di un ceto politico impiegatizio”? Verrebbe maliziosamente da ricordare più di un nome di area post Dc che, grazie al Pd, si è affrettato a ricoprire cariche da ceto impiegatizio che la precedente conventio ad excludendum nei confronti della Dc teneva lontano da ogni posto di governo locale nell'Emilia, nel Comune e nella Provincia di Modena ai tempi della falce e martello. E quale sia stata la responsabilità anche di una cultura politica fin troppo realista, laica e avvezza al potere come quella dei post Dc nel dar vita a una formazione politica nuova che doveva fondere due anime, la cattolica e la progressista, e si ritrova senza averne costruita nessuna.