Il sentiero dei Cappuccini

Parlano di un posto che si chiamerà Parco della Cappuccina. Attaccato a una ciclabile che non è proprio ciclabile che è tra via Lenin e il cimitero. Che ci vorrà tempo e burocrazia. E ci sarà ancora da discutere o da dare la colpa di qua o di là prima di farci uscire un parco verde che ci vuole. A me viene in mente diverso. Quando passo da quelle parti mi pare di poter allungare il collo. Vedo il muro del cimitero e dico la preghiera dell’eterno riposo perché lì dormono in tanti, non sulla collina che, invece sempre nel piatto siamo. Alberi residui, sterpaglie, sì, ma ricordi anche. Dovevamo partire dalla casa in via Roma a giudicare dall’età mia, era l’inizio degli anni Cinquanta, ma l’immagine, che nella memoria si è impressa, è di un gruppetto che cammina a passo sostenuto. C’è una vecchietta, di quelle persone che conoscemmo vecchie quasi non mai avessero avuto giovinezza. L’Ernestina. Povera doveva essere, con un grembiule-vestito di quelli che molte donne portavano quasi notte e giorno, festa e lavoro, estate e inverno salvo una mantellina all’uncinetto fatta di avanzi di lana riccia e guastata. L’Ernestina era sraordinariamente piccola, straordinariamente minuta e leggera, ma spingeva la carrozzina di mio fratello. Per immaginarla, quella carrozzina, forse, si può pensare a una Cinquecento di quel periodo, stondata, un po’ cromata un po’ verniciata, bassa e lucida. Doveva essere domenica perché, allora, mia madre andava al cinema, da sola, per lo più al Corso, ci fosse quel che ci fosse in mancanza della televisione, mentre mio padre era a pesci da qualche parte in qualche lago alpino o torrente o così si diceva. Noi, affidati all’Ernestina, si andava a passeggio quasi in campagna, lungo un fosso cementificato di lastre larghe e scivolose che portava verso il cimitero. C’erano viole da raccogliere, sterpi da schivare, aria da respirare e l’Ernestina spingeva la carrozza chissà se dietro misero compenso o, può anche darsi, per semplice favore. Ce n’erano, a quei tempi, di quelle donne lì, povere e miti, quasi cameriere o meglio donne legate alla casa, piccole e magre quasi di fame o solo di parsimonia. Zie mai maritate come la zia Tilde che asciugava le posate prima che diventassero nere o la zia Ida, mite ma non sottomessa regista nascosta della vita casalinga. Tutte piccole e leggere per inconsistenza sociale, sottomissione o voti di celibato o circostanze della vita. Erano la parte tenera della conduzione autoritaria di quelle famiglie non allargate, ma grandi sì. Quanti pochi grazie hanno avuto, quante poche soddisfazioni a margine di maternità mancate e solo surrogate. Brevi funerali e tombe disperse poco lucidate. Le suore della famiglia, neppure riconosciute come casalinghe. Eppure trecce ne avevano intrecciate, cappelli guerniti, mobili spolverati, soffritti rigirati, ma non erano quelle che scendevano in piazzetta a farsi riconoscere dagli ambulanti come signore, come cuoche. Ci penso, all’Ernestina, quando passo di lì e sono contenta di averla salutata qualche volta, da grande, quando la incontravo per strada e lei mi chiamava “Rusetta”.

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