Questo romanzo intenso e molto attuale si snoda fra il presente e il passato ed è ambientato in Italia e nello Sri Lanka. In questi due luoghi così diversi fra loro per usi, costumi, storia e soprattutto per il modo di vivere e intendere l’esistenza, il futuro, il destino, si intrecciano le storie di quattro donne di cui percepiamo le voci, voci che a volte sono sussurrate, a volte ci travolgono come una marea.
Neela, dopo trent’anni trascorsi in Italia, prima come badante presso una famiglia benestante e cortese, dopo come proprietaria di un piccolissimo centro estetico, decide di tornare nel suo paese natale, dove ha lasciato sorelle e affetti: la sua decisione è ardua e, come dice lei stessa, non si tratta di un cambiamento “soltanto geografico”, ma soprattutto simbolico. Come noi lettori, neppure la figlia di Neela capisce il perché di questo desiderio improvviso di tornare alle origini: lasciata dalla madre presso le zie e la nonna fino ai quattro anni, per poi raggiungerla in Italia, Ayesha è ormai adulta, ha un compagno e una professione abbastanza soddisfacente, anche se è psicologicamente fragile e preda di mille paure.
Le sorelle minori di Neela sono rimaste in Sri Lanka e vivono con una sorta di preoccupazione incredula il ritorno della sorella in quella che per loro non è più da tempo “l’isola bella” (traduzione di Sri Lanka): quelle radici che Neela vorrebbe forse trovare non esistono più, probabilmente a causa di quei demoni che perseguitano la loro famiglia, fin da quando a causa delle conseguenze di un’alluvione hanno perso le loro ricchezze. Himali è costretta a crescere una figlia da sola, dopo che il marito è emigrato in Italia: prima della sua partenza erano entrambi impegnati politicamente, ma piano piano hanno visto scemare ogni loro volontà di cambiamento, per poi cedere alla promessa di un lavoro all’estero. Pavitra, che da ragazzina è stata vittima di un incidente, fa i conti ogni giorno con un matrimonio fallito, con la sua menomazione, con la tristezza che invade ogni suo gesto. E ora la sorella, che in Italia ha un lavoro, che è indipendente e che forse non è stata inseguita dal demone che invece continua a perseguitare loro due, decide di tornare in quel luogo povero, corrotto, incerto e bizzarro sia nel clima che nelle istituzioni. Perché?
“La vita di chi emigra è un’odissea dove Itaca non corrisponde necessariamente a un ritorno, ma è un punto fermo per non impazzire, per resistere all’indigenza e alimentare la certezza – o l’illusione – che nel paese lasciato sia rimasta una traccia di sé: qualcosa che dimostri che si è esistiti.”
Queste quattro donne intrecciano pensieri e ricordi, alternano le loro voci che diventano sulla carta come il fluire di un fiume in cui a volte le acque si confondono con quelle di altri rivi e ruscelli, a volte scorrono sicure verso il mare. È un romanzo per certi aspetti corale e simbolico, duro e affascinante, splendidamente scritto e soprattutto lontano dal compatimento patetico che spesso purtroppo invade le storie di immigrazione.