Inès Cagnati, nata nel 1937 e scomparsa nel 2007, era figlia di contadini veneti emigrati in Francia e prima di dedicarsi all’insegnamento ha vissuto a lungo con la famiglia in una comunità agricola: la dura vita contadina e l’alternarsi dolce e crudele delle stagioni e del paesaggio ritornano spesso nelle sue pagine. Nonostante la critica abbia spesso apprezzato il suo talento straordinario, la scrittrice è stata sempre abbastanza schiva e lontana dalla società letteraria. segue
''Génie la matta'' di Inès Cagnati (Adelphi 2022)
Génie la matta è un romanzo breve e sconvolgente, è affilato come un bisturi e colpisce al cuore il lettore sin dalle prime pagine. È la storia di una bambina, Marie, frutto di uno stupro che ha un amore sviscerato per sua madre. E la madre, che per tutti è “Génie la matta”, è stata cacciata di casa dopo la violenza subita e si è ridotta a vivere con la sua bambina in una casupola fatiscente ai margini del paese, lavorando nelle varie fattorie e campagne per procurare cibo e abiti smessi per sé e per la figlia. Génie non parla quasi mai, non si lamenta degli incarichi che le vengono assegnati, del poco o niente che guadagna: ripete alla figlia, che la segue come un’ombra, adorante e terrorizzata all’idea di essere lasciata sola: “Non starmi sempre tra i piedi”; non l’abbraccia mai, provvede in tutto e per tutto ai suoi bisogni, ma non mostra quell’affetto di cui Marie è avida. Ogni tanto, di nascosto, la bambina sale sulla collina verso la casa dei nonni: lui è gentile e a suo modo affettuoso, sempre perso fra i suoi libri che parlano di “re ormai morti e re pazzi” e non manca mai di offrire alla nipotina mele o nocciole che tiene in tasca; lei è burbera e cattiva e accusa la piccola di venire lì a spiarli. Un giorno, tornando a casa, sul sentiero che si snoda dopo i campi coltivati, Marie incontra un muratore che sembra quasi aver aspettato lei e che la guarda in modo sprezzante, continuando a fischiettare…
“Prima di riprendere il lavoro, se lei lavorava non lontano da lì, andavo ai margini dei campi per tentare di scorgerla. I campi erano vuoti. Aspettavo un po’, poi andavo a vedere in altri campi. Alla fine mi allontanavo. Per tutto il pomeriggio aspettavo che venisse la sera, che si facesse l’ora di andare a casa, che lei tornasse. A volte c’era, nei campi, china sulla terra. Mi si stringeva il cuore, correvo verso di lei attraverso i solchi. Mi fermavo accanto a lei, la chiamavo piano. Certe volte neanche smetteva di lavorare.”
Narrato in prima persona dalla figlia ormai ragazza, la storia di Marie e di Génie è bruciante e lirica allo stesso tempo. La meraviglia della natura, colta nel suo splendore, nella sua aridità o nel suo improvviso fiorire, ammirata, vissuta e persino sognata, sembra quasi contrapporsi alla durezza degli uomini, perennemente schiavi di abitudini ataviche, facili al giudizio, all’incomprensione, alla malvagità.