Italia troppo grande per fallire?

Italia troppo grande per fallire?

Sono trascorsi dieci anni da quando la prestigiosa banca d’affari americana Lehman Brothers dichiarò la bancarotta. Eppure era la quarta banca d’affari più importante al mondo, con quasi un secolo e mezzo di storia. Era too big to fail cioè troppo grande per fallire, ma nel 2008 dovette dichiarare il suo fallimento. Che cosa ci può insegnare questo evento che poi decretò l’inizio della più grande crisi finanziaria mondiale, con la sola eccezione di quella del 1929? Che in economia, tutto è sempre possibile, quando ci si riferisce a una sola o a poche aziende oppure a un singolo paese. 

 

Io adoro il mio paese, ne sono innamorato follemente e vederlo ridotto ogni giorno sempre più a pezzi mi rammarica fortemente. Eravamo la quarta potenza mondiale nei primi anni Ottanta, con un debito pubblico contenuto rispetto al prodotto interno lordo generato nel paese mentre, un quarantennio dopo, si è più che raddoppiato, segnando un rapporto debito/pil superiore al 130 per cento. 

Forse l’amara verità è che il vero declino del nostro paese trova le sue radici proprio con l’avvento degli anni Duemila, quando il mondo si stava preparando a quello che probabilmente sarebbe stato  il più grande bluff del secolo: la globalizzazione. Ci era stata raccontata come la nuova manna dal cielo, come una grande opportunità di nuova crescita e benessere per tutti. Si disse che il made in Italy avrebbe messo nuovamente le ali, perché ci stavano regalando la magia dell’interconnessione mondiale grazie a internet (era il 2000); che saremmo stati ancora più felici perché la nuova espansione economica avrebbe permesso a molte persone di comprare tanti prodotti a basso costo, grazie all’ingresso della Cina nell’organizzazione mondiale del commercio, il Wto (era il 2001); e infine ci avevano fatto credere che entrando nell’Unione Europea avremmo raggiunto il massimo della nostra libertà e prosperità, sociale, politica ed economica, consegnandoci come simbolo di questo grande sogno anche una nuova moneta – l’Euro – (era il 2002). 

 

In realtà, solo dopo un po’ di tempo a molti risultò chiaro che in un solo giorno ci “derubarono”  di quasi il  50 per cento della nostra ricchezza, dovendo scambiare quasi 1.936,27 lire per avere un euro. E nel 2012 proprio il nostro paese è stato vicino alla bancarotta, evitata solo con l’avvento del governo Monti. 

Una bella tirata d’orecchie, tagli vari e tasse ovunque e via che si era ripartiti, nell’incuranza di un degrado sociale sempre più crescente fino a toccare l’apice dei giorni nostri in cui sembra che sia il “populismo” a dover regnare. Ma no, non ci voglio credere e mi auguro che lassù qualcuno possa veramente sostenere che l’Italia era e resta too big to fail. Il grafico evidenzia che, dopo la Grecia, sono i nostri titoli di stato a dieci anni a offrire un rendimento maggiore e pari al 3,54 per cento. Per ora nulla di allarmante, ma attenzione perché sopra il 5 per cento potrebbe scattare all’improvviso il vero panico nella speranza che poi l’Italia resti veramente too big to fail.

378 visualizzazioni