Carpi e lo Stato

Rubrica Metacarpi su Voce settimanale digitale del 24 aprile

Le due decisioni positive che questa settimana il Governo ha prese per Fossoli e per la Polizia – il ripensamento sui tagli alla Fondazione e la promozione in classe A della Questura del capoluogo, con possibili, benefiche ricadute anche sul Commissariato di Carpi – fanno riandare a ottant'anni di rapporti tra la città e lo Stato. Nel dopoguerra, assai saltuariamente lo sguardo di Roma si posava sul borgo agricolo che andava vieppiù espandendosi, rilasciandogli al massimo qualche elemosina come le case popolari di Fanfani. In piena guerra fredda, poi, la Giunta provinciale amministrativa, con ruolo decisivo della Prefettura, bocciava inesorabilmente le delibere del Comune "rosso” non in linea con l'orientamento politico dei governi democristiani. Mano a mano, poi, che il sistema produttivo si andava consolidando e al nome di Carpi si associava sempre più spesso il concetto di benessere diffuso, Roma cominciò di nuovo a ritrarsi: siete un'isola felice? Allora arrangiatevi. E la città non si tirò indietro e si arrangiò, arrivando a gestire in modo “bolscevico” l'imposta di famiglia con la quale si pagò le scuole. Con il varo della Regione e con gli emiliani Prodi, Bersani, Franceschini a palazzo Chigi le cose sono andate molto meglio (basti pensare ai 3,5 milioni proprio per ripulire il campo di Fossoli), mentre con il governo attuale servivano i segnali di cui in apertura per non far pensare a un pregiudizio politico negativo. Quel che si ricava dalla sintetica rassegna, è che Carpi ha spesso dovuto fare da sé e non si è mai posta in attesa di interventi dall'alto come avrebbero potuto essere il distaccamento di uffici statali o di attività produttive indirizzate. Anzi, la Manifattura tabacchi e il Tribunale le sono stati portati via, mentre l'unico intervento, non dello Stato, ma del parastato, risulta tuttora il palazzo delle Poste. E si vede.