Magari saremo smentiti nel volgere di poche ore e siamo consapevoli di correre il rischio di portar male. Ma dovendo constatare che per inserire un po' di cronaca nera nelle loro pagine carpigiane i quotidiani sono costretti a seguire il sottile filo di un indiano residente in città, coinvolto in una rissa nelle campagne di Novellara e unico, peraltro, a non essere condannato ai domiciliari, viene spontaneo chiedersi: dov'è da un po' di tempo a questa parte la Carpi ribollente di baby gang, aggressioni a colpi di spranghe e bastoni consumate fra strade e piazze, scippi, furti e rapine a go-go, rinserrata in casa nelle ore serali per paura della dilagante violenza secondo una narrazione così cara a forze politiche pronte sempre a costruirvi su il paragone con la città che era e che non è più? E che, soprattutto, sono convinte di trarre da questo chissà quale ricavo elettorale? Certamente buona parte del merito va a un intensificarsi dei controlli da parte delle forze dell'ordine. Ma ricordando il celebre episodio del congresso medico aperto da un illustre primario con il monito “Cari colleghi, stiamo attraversando un pericoloso periodo di buona salute”, è opportuno chiedersi se questi andamenti non facciano parte delle normali dinamiche sociali del nostro tempo al quale Carpi appartiene come tutte le altre città. E che rinchiudersi in una rappresentazione fissa e immutabile non è il modo migliore per capire che cosa stia accadendo.
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